Seleziona Pagina

ROSSO BIANCO E TRISTEMENTE VERDE (3)

ROSSO BIANCO E TRISTEMENTE VERDE (3)

 In copertina “Il pianeta delle scimmie” (1968)

I fantastici 3 SupermanNel 1967 si addensano nuvole oscure che portano il nome di I fantastici 3 Superman di Frank Kramer (Gianfranco Parolini), una favoletta fantascientifica imperniata su tre supereroi che devono vedersela contro il malvagio Golem, il quale ha inventato una macchina duplicatrice. Le nuvole oscure di cui sopra derivano dal fatto che il film fu il primo di una serie anche se con altri interpreti, ma pur sempre tutti mediocri e risibili. A proposito di supereroi, ecco Devilman Story (1967) di Paolo Bianchini, storia di un uomo scomparso in Africa. Parte alla sua ricerca la figlia, debitamente accompagnata dall’eroe della vicenda. I nostri amici s’inoltrano nella foresta per cercarlo e lo trovano in compagnia del solito scienziato pazzo che fa esperimenti demenziali sul cervello umano. A Paolo Bianchini dobbiamo l’anno successivo anche Il re dei criminali, conosciuto anche come L’invincibile Superman, in questo caso un lottatore di catch che deve combattere contro il solito scienziato che sta trasformando i suoi colleghi lottatori in zombie. La decima vittimaMosca bianca nel deserto delle inutilità Elio Petri che, nel 1965, adatta alle sue esigenze il racconto di Robert Sheckley, La settima vittima, aumentando il numero delle vittime e dei cacciatori portandoli a dieci girando La decima vittima, facendolo interpretare ad attori di grido come Marcello Mastroianni e Ursula Andress. La realizzazione è evidentemente al risparmio, il regista si muove in un campo a lui poco noto e familiare e si vede, ma il risultato deve comunque definirsi dignitoso. Futuro prossimo venturo. Il delitto viene consentito in un gioco in cui il partecipante si trasforma alternativamente e per cinque volte in vittima, senza quindi conoscere chi sarà il suo killer ed altre cinque volte in cacciatore. Compiute le dieci imprese le agevolazioni sociali che si hanno sono infinite, ma che succede se la vittima e il cacciatore s’innamorano? Con l’avvento degli anni Sessanta arriva però sui nostri schermi anche una serie di pellicole, definibili di “fantascienza” ma considerate “impegnate”, che faranno la gioia dei critici ma conosceranno altresì un pessimo riscontro di pubblico. Inizia Omicron di Ugo Gregoretti, datato 1963, dove abbiamo un alieno che giunge sulla Terra per poter verificare le possibilità di controllarla e dominarla. L’extraterrestre entra nel corpo di un operaio e dopo alcune difficoltà riesce a prenderne il controllo. Inizia la sua missione ma s’innamora e si impegna troppo nei problemi sociali dimenticando totalmente lo scopo del suo viaggio. Quindi, tutti nel 1969, escono prima Ecce Homo: i sopravvissuti (1969) di Bruno A. Gaburro: Anna (Irene Papas) è l’unica donna rimasta viva dopo la catastrofe nucleare, Jean (Philippe Leroy), suo marito, è diventato impotente per cui quando arriva Quentin (Frank Wolf) con Len (Gabriele Tinti) si cominciano ad avere i primi scontri per il possesso della donna perché Jean, anche se impotente, non vuole cederla a nessuno. Anna si suicida e Jean uccide gli altri restando vivo solo lui e un bambino, Patrick (Marco Stefanelli). Il mondo è finito per un attacco di gelosia possessiva…

Liliana Cavani

Liliana Cavani

Quindi è la volta de I cannibali di Liliana Cavani (1969) con il quale siamo in una non ben identificata città del futuro dove vige una spietata dittatura. Chi si ribella viene passato per le armi e il suo cadavere è lasciato a marcire per le strade, ma una ragazza vuole seppellire il corpo di suo fratello aiutata da un altro giovane. La cosa non può essere tollerata dall’ordine costituito: pena di morte anche per loro! Infine, ecco Il seme dell’uomo di Marco Ferreri (1969): vicini alla fine del mondo una coppia si ritira in campagna nell’attesa del giudizio finale e, mentre sono ancora lì ad aspettarlo arriva una seconda donna che diventa poi l’amante dell’uomo. Lui vorrebbe da lei un figlio perché la sua compagna non aveva mai voluto restare incinta, ma gli eventi precipitano. La donna uccide l’amante rivale e la dà in pasto all’uomo che ignora il contenuto del cibo. Venuto a conoscenza del menù, si vendica drogandola e violentandola e qui, a quanto pare, il giudizio arriva sotto la furia assassina degli elementi che non risparmiano nessuno dei due. Tutto questo mentre negli Stati Uniti apparivano o erano apparsi film come Gli uccelli (1963)Il Dottor Stranamore(1963) e La stirpe dei dannati (1963), prodotto dalla cinematografia inglese insieme ad Hallucination (1961), non dimenticando che negli Stati Uniti il 1968 sarà anche l’anno di 2001: Odissea nello spazio, mentre l’anno prima Il pianeta delle scimmie aveva dato il via alla fantascienza moderna, opere di ben altra levatura rispetto a quelle realizzate in Italia che però avevano fatto andare in sollucchero i critici nostrani. Per fortuna, o per loro sfortuna, il 1965 per l’Italia è l’anno di Terrore nello spazio di Mario Bava, molto liberamente tratto da “Una notte di 21 Ore” di Renato Pestriniero, ancora oggi, probabilmente, il miglior film italiano nel genere.

Mario Bava: Terrore nello Spazio

Terrore nello spazio

Due astronavi, la Argos e la Galliot, vengono attirate, quasi di forza, su uno sconosciuto pianeta. Il comandante della Argos resta cosciente e può così combattere e vincere una misteriosa crisi di follia che sembra aver pervaso gli altri componenti. Dopo aver rimesso le cose a posto l’equipaggio giunge nei pressi dell’astronave gemella per trovarla piena di cadaveri. Gli uomini sembrano essersi uccisi tra loro e, una volta sepolti, tornano pure in vita animati dai veri abitanti del pianeta, esseri che vivono su un diverso piano dimensionale e che vogliono appropriarsi dei corpi degli astronauti per poter fuggire dal loro mondo morente. La battaglia infuria e solo in tre riescono a decollare, ma il tecnico di bordo si accorge che gli altri due superstiti sono stati posseduti dagli alieni ed allora si sacrifica e distrugge “il deviatore di meteore” senza il quale la Argos non potrà fare molta strada. Ai due posseduti non resta che atterrare sul più vicino pianeta senza rientrare nel loro mondo. Questo pianeta è la Terra. La sorpresa finale ci rivela quindi che nemmeno i protagonisti sono dei terrestri, ma anche loro, pur se umanoidi in tutto e per tutto simili a noi, sono degli alieni. La trovata è cinematograficamente geniale, ma non fu compresa dalla critica d’epoca che sproloquiò sui “terrestri che tornano sul loro mondo“. Il film possiede poi due finali leggermente diversi: nel primo si vedeva l’astronave sovrapporsi in modo minaccioso al pianeta Terra, quasi a volerlo abbracciare nella sua stretta angosciante, nel secondo, molto più semplicemente, si vedeva la nave spaziale rimpicciolire nell’avvicinarsi al nostro pianeta. L’altro gruppo di titoli che appaiono sul nostro mercato negli anni Sessanta non ha nulla da aggiungere a quanto già detto. Si va da un fantascientifico e stupido Maciste contro Ercole nella valle dei guai di Mario Mattoli (1962) ed altri dello stesso genere che permetteteci di non nominare, al divertente 4…3…2…1…Morte! di Primo Zeglio (1967), una coproduzione che ci permette di vedere all’opera il famoso eroe stellare di libri e fumetti tedeschi Perry Rhodan. L’ultimo uomo della TerraDi ben altra levatura è invece L’ultimo uomo della Terra (1963) firmato anche da Ubaldo Ragona ma il cui vero regista è Sidney Salkow, il quale, con mano felice, dirige un validissimo Vincent Price a portare per la prima volta sullo schermo un famoso romanzo di Richard Matheson Io sono leggenda, inizialmente tradotto come I vampiri”. Anche qui però si tratta di una coproduzione, o meglio, di un film americano girato in Italia con attori italiani tranne uno, quello principale. Il persuasivo Price è Robert Morgan ed è l’ultimo uomo rimasto sulla Terra. Tutti gli altri si sono trasformati in mutanti, sorta di vampiri a causa di una epidemia misteriosa che assedia la sua casa per nutrirsi del suo sangue. Prima di essere definitivamente ucciso dai mostri riesce a mettere incinta una ragazza apparentemente ancora normale, ma in realtà anch’essa una mutante. Questa è l’unica speranza per l’umanità. La storia di Matheson verrà realizzata altre due volte con 1975: occhi bianchi sul pianeta Terra di Boris Sagal (1971), titolo stupidissimo rispetto a quello originale che era The Omega Man, e nel 2007 con Io sono leggenda” di Francis Lawrence dove, se non la storia, si rispetta almeno il titolo originale. Malgrado queste ultime due pellicole fossero a colori, e specie l’ultima anche ricca di effetti speciali, non hanno la resa drammatica che ha avuto la prima piccola trasposizione in bianco e nero. Per gli anni Settanta, è nostro dovere ricordare H2S di Roberto Faenza (1971) nel quale un ragazzo visita una città dove il concetto di libertà non esiste. In una scuola vede che gli insegnanti impartiscono lezioni ai loro allievi sull’ubbidienza cieca ed assoluta e chi non esegue gli ordini viene eliminato. Il ragazzo cerca di fuggire, ma viene catturato e punito. Si vendicherà facendo il bombarolo. La fine degli anni Settanta portò sugli schermi di tutto il mondo Incontri ravvicinati del terzo tipo di Spielberg, e noi pronti subito con le malriuscite imitazioni come Incontri molto ravvicinati del quarto tipo (1978) di Mario Gariazzo, nel quale tre studenti si fingono alieni per poter entrare nelle “grazie” della loro professoressa di astrofisica la quale, però, è molto più interessata alla sua donna di servizio.… Ma Gariazzo ci riprova subito con risultati enormemente superiori con “Occhi dalle stelle (1978) dove un fotografo e la sua modella scompaiono misteriosamente, forse rapiti da alieni. Un giornalista (Robert Hoffman) cerca di scoprire la verità, ma le autorità, per mezzo degli Uomini in Nero, metteranno a tacere tutto e lo elimineranno assieme ad altri curiosi. Il film è un vero e proprio trattato di ufologia e, per voler finire, Incontri con gli Umanoidi, conosciuto anche come Uragano sulle Bermude o L’ultimo S.O.S., di Tonino Ricci, datato 1979, nel quale abbiamo una giovane coppia che è scomparsa nell’area del Triangolo delle Bermude. Il padre della ragazza va a cercarla e trova non solo lei, ma anche gli alieni. Provate ora ad immaginare cosa accadde sui nostri schermi subito dopo la rutilante apparizione di Guerre Stellari di George Lucas nel 1977. Possiamo tranquillamente confermarvi che tutti i produttori italiani e i piccoli distributori stranieri cercavano soggetti alle Guerre Stellari” da realizzarsi ovviamente con due lire. Per cui ecco, precisi come una cambiale in scadenza, presentarsi i primi titoli, una serie di sciocchezze che avrebbero fatto di un film di Margheriti uno strepitoso capolavoro. Uno dei massimi realizzatori di questi obbrobri fu il non compianto Al Bradley, pseudonimo sotto il quale si nascondeva saggiamente Alfonso Brescia: Anno zero: guerra nello spazio (1977), Cosmo 2000: battaglie negli spazi stellari (1978), La guerra dei robot (1978), Sette uomini d’oro nello spazio (1980), La bestia nello spazio (1980) sono i titoli dei suoi capolavori, ai quali aggiungiamo l’altrettanto pessimo Giochi erotici nella terza galassia datato 1980 (chissà cosa si fa per passare il tempo nelle altre due), di Bitto Albertini. Un gradino più sopra si colloca la pellicola di Luigi Cozzi Scontri stellari oltre la terza dimensione (1978), anche perché quasi tutti gli attori erano americani o inglesi mentre gli effetti speciali sono italiani e spesso si vede.

Luigi Cozzi

Luigi Cozzi

La storia richiama molte citazioni ai grandi classici del cinema: l’Imperatore del Terzo Cerchio dell’Universo (Christopher Plummer) incarica l’avventuriera spaziale Stella Star (Caroline Munro), assieme al suo fido Akton (Marjoe Gorner) e al robot “Elle” (Judd Hamilton), di trovare suo figlio (David Hasselhoff) disperso con un’astronave tra le Stelle oscure del perfido tiranno Zarth Arn (Joe Spinell). La ricerca spaziale inizia tra le Amazzoni la cui regina (Nadia Cassini) scatena contro gli intrusi un gigante di metallo, poi c’è la minaccia di una macchina strizzacervelli e due robot guardiani, ma i nostri trovano il principe ancora vivo, attaccano la fortezza del malvagio Zarth Arn e la distruggono. Ancora, abbiamo Aldo Lado con L’umanoide (1979) che almeno ha qualche momento divertente contornato però anch’esso da effetti speciali ridicoli: Il pianeta Noxon è in guerra con Metropolis e il fratello cattivo, un’imitazione cretinoide di Darth Vader, vuole tutto il potere su di sé per cui manda in visita distruttiva al fratello buono un umanoide e cioè un essere umano rimbambito ma reso fortissimo dal raggio Kappatron. Ma Golob (Richard Kiel), così si chiama l’Umanoide, distrugge il fratello cattivo del reggente di Metropolis, la vampira Barbara Bach e l’ormai arteriosclerotico Arthur Kennedy, per cui tutto finisce bene. Poi, chissà perché, i produttori si accorsero che questi film “alla Guerre Stellari”, secondo loro meglio di Guerre Stellari, realizzati con metà o un quarto dei soldi spesi per Guerre Stellari e con attori che, secondo loro, erano almeno alla pari se non meglio di quelli di Guerre Stellari, si accorsero, dicevo, che non incassavano perché lo spettatore non è proprio uno sciocco. Cominciarono allora a dire che la fantascienza in realtà non rendeva e che i Guerre Stellari era, anzi, erano un caso isolato destinato a spegnersi (all’anima dello spegnimento) e così via… Poi però che ti succede in America? Che esce Alien (1979) di Ridley Scott, altro grande successo commerciale, e quindi via con gli alien: Alien 2 sulla Terra (1980) di Ciro Ippolito, un film pasticciato e confuso nel quale sembra che degli extraterrestri, dei minerali che possono prendere l’aspetto degli esseri umani, stiano attaccando la Terra. L’unica superstite di un gruppo di speleologi, risalita in superficie, si trova sola nella città ormai infestata. Contamination di Luigi Cozzi, (1980), nettamente meglio e, probabilmente, ancora oggi anche il suo film migliore. Questa è la trama: un’astronave è giunta sul pianeta Marte e i due astronauti sono tornati senza che apparentemente nulla sia accaduto. Eppure uno dei due, Hubbard, ha parlato di una strana e mostruosa creatura e di uova pulsanti, ma Stella Holmes, che faceva parte della commissione d’inchiesta, non gli aveva creduto e d’altra parte il secondo astronauta aveva smentito la versione del compagno. Ora delle strane uova sono state trovate su una nave che si è incagliata nel molo di New York ed è piena di cadaveri con il petto squarciato. Viene incaricato dell’indagine il Tenente Arras e a lui si affianca proprio Stella la quale, intuita la verità, si fa aiutare da Hubbard per cercare il collega che, in Sud America, gestisce una fabbrica di caffè…ma non è solamente caffè quello che esce dalla sua azienda… Ecco ora Alien Killer (1983) di Alberto de Martino nel quale troviamo una banda di gangster che ha rubato dei fascicoli importantissimi che contengono un metodo di clonazione ricavato dallo studio di particolari meteoriti… Il titolo è stato messo all’ultimo minuto per mere ragioni commerciali. Quindi Alien degli abissi (1987) di Antonio Margheriti, in fondo non male, dove abbiamo un’isola con dei liquami radioattivi che sono l’habitat di una creatura mostruosa. Inventore della clonazione mal fatta, il cinema italiano si affida ai successi d’oltre oceano e infatti, da qui in avanti, quello che uscirà saranno soltanto figli bastardi e disconosciuti di pellicole sul dopo bomba iniziata con il personaggio di Mad Max e conosciuta in Italia come Interceptor (Mad Max – 1979), Interceptor, il guerriero della strada (Mad Max 2 -1982) e poi Mad Max – Oltre la sfera del tuono (Mad Max Beyond Thunderdrome –1985), e Mad Max fury road del 2015, una serie iperultramega che prese solo nel terzo film il nome del protagonista come era nei titoli originali perché il titolo Interceptor 3 era già stato registrato in Italia per un altro film allo scopo di camuffarlo per un falso sequel (anche questo accade da noi). Il genere poteva essere sfruttato facilissimamente dai produttori nostrani perché dallo sfasciacarrozze si acquista tanto con poco, case diroccate si trovano dappertutto, deserti e cave pure, calcinacci a sfare, che volete di più? E qui veramente ci sarebbe una marea di titoli da presentare. Per non far torto agli imitatori di James Bond citati in precedenza e per puro dovere storico, segnaliamo qualche “perla del dopobomba”.

Antonio Margheriti

Antonio Margheriti

Antonio Margheriti firma Il mondo di Yor del 1983, nel quale l’eroe della vicenda è alla ricerca delle sue perdute origini la cui testimonianza è rappresentata da un medaglione; mentre le cerca difende anche i deboli e gli oppressi dal solito barbaro tiranno in un mondo post-atomico. Enzo G. Castellari o, se preferite Enzo Girolami, uno specialista del genere, gira nel 1982 1990: i guerrieri del Bronx”, uno dei rarissimi casi in cui l’ambientazione delle riprese è veramente quella dichiarata. Tratta di un tenente di polizia che cerca di salvare una ragazza in mano a una delle bande criminali che dominano il Bronx post-atomico. Un anno dopo il regista gira il seguito della pellicola intitolandolo Fuga dal Bronx, dove una potente società vuole far sgomberare tutto il Bronx. Allo sfratto si oppongono gli abitanti del sottosuolo. Scontri, massacri e morti a profusione, come è tipico di questo genere di film. Nello stesso anno, o forse un anno prima, la data non è certa, il nostro Castellari gira I nuovi barbari rinunciando al Bronx per spostarsi nella campagna romana e ambientando la storia nel 2019, dopo la solita catastrofe postatomica. Qui si parla di One, capo della feroce banda dei Templares il quale deve vedersela con l’eroe della vicenda, Skorpion, che non permette le sue vessazioni verso i più deboli. Un altro specialista del genere è Sergio Martino, conosciuto ufficialmente come Martin Dolman, regista de L’isola degli Uomini Pesce del 1978 e di 2019: dopo la caduta di New York, datato 1983 e che coniuga meglio di tanti altri il post-atomico con la fantascienza vera e propria. La storia, infatti, parla di un eroe solitario ovviamente post-atomico e alla Mad Max che viene mandato in missione dai superstiti rifugiatisi in Alaska i quali stanno progettando e costruendo un’astronave che li porterà sulle stelle. Sapendo di essere tutti sterili, hanno dato incarico al nostro eroe di portare da loro l’unica donna sulla Terra ancora in grado di procreare e questo perché il padre l’ha posta prudentemente in ibernazione prima del conflitto atomico. Nel 1995, riciclando parti dei due film il regista girerà La Regina degli Uomini Pesce, nettamente inferiore. Il regista Aristide Massaccesi, conosciuto anche come Joe D’Amato, Kevin Mancuso, David Hills, Peter Newton ecc., gira nel 1980 Porno Holocaust in doppia versione con e senza scene hard: in un’isola tropicale le radiazioni atomiche hanno ingigantito la fauna, ma non solo, c’era anche un indigeno al momento delle esplosioni e questi è ora un selvaggio brutale e ben dotato, come proveranno di persona le fanciulle che sbarcheranno sull’isola a seguito di una spedizione di ricerca. Sotto vari pseudonimi, Massaccesi gira anche altri film fantascientifici (Ritorno dalla morte o Frankenstein 2000, 1991; Rosso sangue, 1981; Ator l’invincibile,1982; La vendetta di Ator, 1983 e infine DNA Formula Letale, 1989, girato con il suo attore preferito, George Eastman, e cioè Luigi Montefiori. È adesso la volta di Endgame – Gioco Finale del 1983. Il film, conosciuto anche come Bronx: lotta finale e I mutanti, che non aggiunge molto di nuovo. La storia è ambientata nel 2025 dove il solito eroe accompagna verso la salvezza un gruppo di mutanti la cui sorte, in alternativa, sarebbe stata la morte. Nel 1984 Massaccesi gira Anno 2020: i gladiatori del futuro che è poi un rifacimento in chiave fantascientifica e post-atomica del western I 5 della vendetta di Aldo Florio: uno scienziato ha scoperto un’arma terribile e l’affida alla figlia che deve sfuggire ad alcuni predoni che le danno la caccia, alcuni mercenari l’aiuteranno. Non possiamo concludere questa panoramica post-atomica senza citare Lucio Fulci, autore di film thriller horror che ebbero una grande successo all’epoca (002: Operazione Luna, Sette note in nero, Non si sevizia un paperino, Aenigma, Come rubammo la bomba atomica, La dolce casa degli orrori, L’Aldilà, Black Cat, La casa nel Tempo, Demonia, Un gatto nel cervello, Una lucertola con la pelle di donna, Manhattan Baby, Paura nella città dei morti viventi, Quella villa accanto al cimitero, Zombi 2, Zombi 3, ecc…). Il suo Conquest del 1983 è a cavallo tra preistoria e post-atomico e narra le vicende di uno strano essere con il corpo di donna e il volto coperto da una maschera, a capo di una tribù che compie dei sacrifici umani. Possiede degli strani poteri, ma viene contrastato da due eroi giunti da terre lontane, mentre I guerrieri dell’anno 2072 (1983) rientra in pieno nel sottogenere che stiamo trattando e possiamo notare subito come solo la Fantascienza poteva inventarsi un futuro in cui Roma torna nel suo antico ruolo imperialista. Il business è dato dal Network che gestisce gli scontri in diretta tra i gladiatori. E dove si svolgono questi scontri? Al Colosseo. E che mezzi usano questi gladiatori? Ma le moto, è ovvio, come è ovvio che i gladiatori si stanchino di essere sfruttati, non sappiamo però se siano sotto contratto con la RAI o Mediaset… Prima di passare agli anni Novanta, non possiamo infine non citare l’ottimo Luci lontane di Aurelio Chiesa, del 1988, tratto dal romanzo di Giuseppe Pederiali Venivano dalle stelle. Un’invasione pacifica quella ipotizzata in questo film. Un uomo rimasto vedovo si trova davanti alla moglie morta tre anni prima e da qui poi si scopre che è stato un alieno a prenderne il corpo, ma le intenzioni sono solamente quelle di poter comunicare con i terrestri, essendo loro fatti di pura energia. Il decennio che segue ha avuto poche incursioni nel campo della fantascienza. Citiamo i pochi titoli degni di nota: Majidas di Toni Occhiello (1990) dove, a causa di una meteora e di una conseguente magia, due handicappati riescono a vivere in una dimensione parallela dove non hanno più problemi fisici. Poi, nel 1996, abbiamo il mediocre Potenza virtuale di Antonio Margheriti, dove un poliziotto viene ucciso in seguito ad una esplosione, ma viene rigenerato come ologramma da una ragazzina abilissima nell’uso del computer e, in questo modo, riesce ad averla vinta contro un criminale. Ricordiamo anche il nebuloso Fiori del destino di Tonino De Bernardi del 1997, una complessa storia che doveva far parte di una trilogia che non ci risulta mai nata e intitolata Sorrisi Asmatici, una favola fantastica ed onirica su dei viaggiatori che arrivano dall’acqua, attraversano la terra per poi trasformarsi. Per poter citare qualcosa di decente dobbiamo sconfinare ai limiti impostici e passare al 2004 e citare almeno la miniserie Italiani nello spazio di Tino Franco, autore anche dell’ottimo cortometraggio Space Off, storia di una giornalista a caccia di scoop e di un’astronave che sta per raggiungere Marte. Questa deliziosa miniserie in dieci episodi da quattro minuti l’uno narra la storia di due scombinati astronauti italiani coinvolti in avventure tragicomiche e che lavorano (si fa per dire) a bordo di una stazione internazionale orbitante attorno alla Terra. Realizzato in modo altamente professionale, questo è uno dei tanti cortometraggi che sta rivelando un nutrito gruppo di nuovi e interessanti soggettisti e registi i quali, si spera un giorno, avranno la possibilità di accedere al vero e proprio professionismo. Per concludere, non sarebbe giusto ignorare i pochi, pochissimi esempi inversi, nei quali, cioè, il cinema italiano ha anticipato di parecchio idee del cinema di fantascienza americano, se non vogliamo proprio pensare che quest’ultimo si sia ispirato direttamente o abbia letteralmente copiato le idee di quello nostrano. Lo sta facendo in maniera smaccata attualmente con il cinema horror giapponese, lo fece in modo nascosto anni addietro. Per cui ripetiamo: La morte viene dallo spazio di Paolo Heush (1958) che anticipa Meteor di Ronald Neame (1975), anche qui, infatti, il gigantesco asteroide in rotta di collisione con la Terra viene colpito da missili nucleari. Caltiki, il mostro immortale di Riccardo Freda (1959), pur avendo qualcosa di gelatinesco in comune con Fluido mortale di Irvin S. Yeaworth Jr., peraltro dello stesso anno, ha servito come ispirazione per Alien di Ridley Scott (1979) perché anche qui, come nel film di Freda, la creatura penetra nell’organismo umano e vi si sviluppa. Ancora: I pianeti contro di noi (1962) di Romano Ferrara è evidente anticipatore, con i suoi Cyborg, di un’altra creatura artificiale ben più nota, e cioè il Terminator (1984) di James Cameron. Terrore nello spazio (1965) di Mario Bava è il caso più eclatante. Vi sono molte scene e situazioni che verranno poi riprese da Ridley Scott per il suo Alien, prima fra tutte la visita da parte degli astronauti alla nave spaziale aliena. L’ondata di sangue che è la scena culminante di Criminali della galassia (1965) di Antonio Margheriti riappare puntuale anche in Punto di non ritorno (1998) di Paul Anderson. 2+5 Missione Hydra (1966) di Pietro Francisci e Il pianeta delle scimmie (1967) di Franklin J. Schaffner, e altri che si potrebbero citare, si concludono davanti a una Terra distrutta da guerre atomiche. Ottime idee, ottimi spunti, quelli del cinema fantascientifico italiano, ma spesso e volentieri sfruttati con ingenuità e parsimonia. Concludendo, pur ricordando per onore della precisione i due film di Gabriele Salvatores Il ragazzo invisibile e Il ragazzo invisibile seconda generazione, interessanti almeno per la tecnica usata ma poco di più, possiamo dire che non è cambiato nulla e temiamo proprio che non cambierà nemmeno nulla: le remore sono quelle, l’ignoranza dei produttori e dei distributori è tanta, quella dei cosiddetti critici cinematografici pure e la paura fa duecentosettanta. Ed è un peccato perché ci sono tanti giovani che realizzano i loro cortometraggi di fantascienza usando una tecnica, uno spirito, una volontà invidiabili. Con loro la fantascienza conoscerebbe i fasti lontani del periodo muto, basterebbe un poco più di coraggio e una veduta più ampia e potremmo avere un posto dignitoso nell’ampio quadro del cinema di fantascienza mondiale. Ecco spiegato il perché voglio bene al cinema americano di fantascienza e piango sopra un deserto cinema italiano di fantascienza dove le poche oasi non sono sufficienti a dissetare nemmeno un canarino assetato…

L'Autore

Giovanni Mongini

Tra i maggiori specialisti mondiali di cinema SF (Science Fiction) è nato a Quartesana (Fe) il 14 luglio 1944 e fino da ragazzino si è appassionato all'argomento non perdendosi una pellicola al cinema. Innumerevoli le sue pubblicazioni. La più recente è il saggio in tre volumi “Dietro le quinte del cinema di Fantascienza, per le Edizioni Della Vigna scritta con Mario Luca Moretti.”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *