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“DRACULA, ORA”, UN RACCONTO DI GIOVANNI MONGINI

“DRACULA, ORA”, UN RACCONTO DI GIOVANNI MONGINI

Scelti dal Direttore

 

Ritorna la rubrica Scelti dal direttore. Per il momento è programmata per una volta al mese e se vi chiedete il perché la ragione è molto semplice: bisogna farvi i buchi nella schiena perché mandiate qualcosa da pubblicare e, quindi, la sua frequenza d’uscita dipenderà da voi. In caso contrario la punizione sarà terribile, perché potremmo tediarvi solo con racconti miei o di Franco Giambalvo… e se ciò accadrà non lamentatevi: colpa vostra.

Giovanni Mongini.

Incespicai per la terza volta e caddi lungo disteso sulla strada sterrata macchiandomi di fango le mani, il volto e gli abiti. Rimasi poi disteso a faccia in giù lasciando che tutti gli epiteti dell’universo ronzassero nel mio cervello e si lanciassero lungo la strada e anche in mezzo agli alberi per raggiungere tutti coloro che potessero essere coinvolti dal fatto che io mi trovassi lì.

Ma fu inutile.

Maligni e dispettosi, gli insulti avvolsero la mia persona ricordandomi gentilmente che nessuno mi aveva obbligato a essere su quella strada, con la faccia per terra a quell’ora del giorno con i piedi gonfi, doloranti e stanchi per il tragitto già percorso e con nell’animo uno sciopero totale di tutte le mie giunture per il cammino ancora da percorrere.

Misi i palmi delle mani all’altezza dei fianchi e mi tirai su lentamente, osservando con occhio critico il disastro fangoso che erano diventati i miei indumenti. La valigia, caduta un paio di metri più avanti, era anch’essa sporca di fango. Mi ricordai di aver passato, poco prima, un’ansa della strada sotto la quale avevo visto un laghetto, guardai l’orologio e dedussi che non sarei mai potuto arrivare al castello prima del tramonto, perciò mi conveniva tornare indietro, darmi una veloce ripulita e poi procedere, se necessario, con l’aiuto della torcia elettrica.

Tornai sui miei passi alquanto faticosamente perché il ginocchio destro mi faceva male; probabilmente non era nulla di grave, solo una botta dovuta alla caduta.

Avevo ragione in ogni modo, il lago era vicino; abbandonai la strada sterrata per scendere in mezzo all’erba e raggiungere il piccolo specchio d’acqua sul quale si rifletteva il Sole di un tardo pomeriggio.

La situazione, il posto, la gente del villaggio, la destinazione mi ricordavano un’infinita serie di film dell’orrore in cui facevo la parte di quella che è definita la vittima del primo atto, prima cioè che si entri nel vivo della vicenda e subentri in seguito il protagonista.

Tutto stava a indicare uno scenario alla Dracula: il paese, che sembrava risalire al tardo ottocento con la tipica gente, superstiziosa e paurosa di paventate maledizioni, le quali erano dedicate tutte al castello isolato nei boschi dove io dovevo recarmi; il vetturino, che non mi aveva portato più avanti per timore di pericoli nebulosi e il castello stesso, che potevo vedere arroccato sul dirupo e che sembrava fosse stato appena costruito dai tecnici della Hammer Film.

L’unica differenza era che gli autoctoni non avevano parlato chiaramente di vampiri, ma solo di creature senza pace, di fantasmi che vagavano fra le mura del castello, la qual cosa aveva impedito alla mia persona di calarsi completamente nella parte di Jonathan Harker con tutte le conseguenze che la cosa comportava.

Il messaggio di mio zio era peraltro chiarissimo: dovevo trovarmi lì entro domani per compiere qualcosa di estremamente importante, per cui era in gioco anche la proprietà del castello stesso e che sarebbe stato mio se avessi adempiuto la mia missione.

Nei pochi minuti che furono necessari per arrivare al lago, la mia mente fu invasa da un vortice di ricordi e su questo caos di eventi cercavo, con calma, di fare ordine.

* * *

Proprio per espresso desiderio di mio zio, per accettazione di mio padre e mia personale, io sono un medico. Un medico ricercatore nel campo della gerontologia, specializzazione, questa, che mi permette di avere un laboratorio personale dove, assieme a une equipe di strapagati tecnici, creiamo tutta una serie di prodotti cosmetici che hanno il millantato credito di mantenere in forma l’homo sapiens e di prolungarne la vita… nei suoi sogni.

Io credo che l’uomo (e anche la donna) siano nati per essere presi per il naso e anche nel mio campo la storia lo dimostra. Paul Niehans, l’inventore di quella che ancora oggi è chiamata “terapia cellulare”, elaborò un processo che consisteva nel prelevare cellule fresche da organi di animali, iniettandole poi nell’essere umano allo scopo di rivitalizzarlo. L’applicazione di questo procedimento aveva regole complesse e precise: le ghiandole endocrine, per esempio, erano fornite unicamente da maiali e da vitelli e le altre erano invece offerte (si fa per dire) da organi fetali di montone al termine della loro vita intrauterina; ovviamente erano bestie selezionatissime, con tanto di garanzia per il loro stato di salute.

Niehans divenne molto famoso e medico di molte eminenti personalità già negli anni quaranta; fu chiamato anche al capezzale di Pio XII che, riconoscente, lo nominò membro della Accademia Pontificia delle Scienze e diventò celebre come “Dottore dei Miracoli”.

Morì nel 1971 a quasi novant’anni, dichiarando sempre che non ringiovaniva nessuno, ma lo rivitalizzava con conseguente prolungamento della vita e aumento delle forze.

Con la sua morte non morì il suo tanto criticato procedimento che, tutt’oggi, viene continuato dai suoi seguaci con indubbi successi finanziari ed economici.

Secondo alcuni scienziati, ancora oggi, non solo il metodo è inefficace, bensì sarebbe pure deleterio: gli anticorpi che queste cellule possono scatenare all’ingresso nel nostro organismo, possono perfino distruggere le cellule che si vorrebbero invece curare e poi, sempre, secondo le opinioni contrarie, esisterebbe anche il pericolo del rigetto perché queste cellule estranee vengono identificate come nemiche e distrutte dai fagociti.

La cura della dottoressa romena Anna Asslan, direttrice dell’Istituto geriatrico di Bucarest, invece, può essere applicata unicamente in cliniche specializzate, le quali, subito dopo la creazione del metodo, iniziarono a sbocciare per tutta la Romania, ma anche in questo caso, pur avendo più credibilità del metodo di Niehans, essa viene considerata solo un momentaneo placebo.

La tesi della dottoressa si basa sul ricorso a dosi di procaina, sospesa in una soluzione acida la quale avrebbe l’effetto di ringiovanire gli organismi. I suoi prodotti presero i famosi nomi di Gerovital e Aslavital, il primo dei quali fu tristemente rinomato per le conseguenze su donne incinte che partorirono bambini deformi, ma questo non le impedì di tarare un metodo di ringiovanimento delle cellule e degli organismi trattati che è ancora famoso in tutto il mondo.

Eppure, tutto questo, pur non avendo il minimo reale effetto, farebbe la gioia del mio Direttore, il quale vedrebbe con gioia e non certo per istinto umanitario, la nascita di centri specializzati per ringiovanire vecchie, laide e danarose o bavose e semi paralizzate cariatidi arteriosclerotiche. Sarebbe l’optimum, per lui, per assicurarsi una vecchiaia non si sa quanto lunga, sicuramente felice e spesso il suo occhialuto sguardo accusatore si posava su di me per non essere ancora stato in grado di fornirgli questo aureo tramonto da lui tanto bramato.

Forse sono di animo troppo onesto per fare questo lavoro, certo è che i miei ritrovati, dai nomi roboanti, sono in vendita nelle migliori profumerie e promettono, come tutti, miracoli che non sono in grado di dare.

Mio zio non fece in tempo a vedermi prendere la laurea. Scomparve in uno dei suoi lunghi e perigliosi viaggi durante il mio ultimo anno di università: aveva l’animo dell’esploratore, aveva visitato i luoghi più strani e più lontani del mondo. Aveva conosciuto popoli e paesi che io non avevo nemmeno sentito nominare e, da questi, aveva riportato probabilmente strani e oscuri tesori che gli permisero, alla prematura morte di mio padre e mia madre, di prendersi cura di me come, forse, nemmeno un genitore avrebbe saputo fare.

Ricordo benissimo l’incidente che coinvolse i miei, avevo dieci anni allora e quando la loro macchina fu trovata, giorni dopo, sotto il dirupo, mio zio ne parve distrutto e maledì in continuazione il cielo, il destino, la sorte e qualunque altro motivo che gli si parasse davanti per il fatto che i corpi non erano stati trovati subito e arrivò al punto, quasi, di sentirsene responsabile, come se il fatto di trovare rapidamente i loro cadaveri, visto che la caduta li aveva uccisi sul colpo, dovesse essere una cosa di primaria importanza.

Poi si riprese, lentamente si riprese e volse verso di me un’attenzione amorosa così intensa quale prima non aveva mai avuto; probabilmente vedeva in me tutto quello che gli era rimasto e io stesso, che già da prima ero affezionato a lui, non feci molta fatica a farlo diventare parte integrante e importante della mia vita.

Durante il mio ultimo anno di medicina, mio zio compì ottant’anni e poco prima della mia tesi fu colpito da un leggero attacco di cuore che sembrò metterlo particolarmente in ansia, anche se si trattò di un evento assolutamente non grave e dal quale si ristabilì rapidamente.

Un tardo pomeriggio di vent’anni fa, io stavo tornando verso casa godendomi i primi cenni della primavera, con il blu del cielo che stava lentamente scurendo scivolando verso una sera abbastanza tiepida per il periodo.

Quando giunsi davanti alla porta di casa, vidi mio zio che mi aspettava, vestito di tutto punto come se stesse per uscire. Mi fece cenno di entrare e attraversando l’ingresso andai quasi a sbattere contro un paio di valigie, depositate di fianco all’uscio. Guardai mio zio negli occhi.

«Per chi sono quelle valigie?» Gli chiesi

Mi guardò per un attimo imbarazzato e il dito indice della mano destra accarezzò i baffi bianchi, poi rispose:

«Ti stavo aspettando. Devo parlarti, vieni, andiamo nel mio studio.»

Non aveva risposto alla mia domanda e capii che non voleva farlo, almeno fino a che non fossimo stati tranquillamente seduti in quella tana semibuia e zeppa di libri che costituiva quello che lui definiva il suo studio.

Entrammo e m’indicò la solita poltrona di pelle rossa, mentre lui prese posto in quella di fronte a me.

«Ci sono dei problemi?» Gli chiesi. «Devi andare via o dobbiamo andare via?»

Quella poltrona era diventata parte della mia vita. Seduto su di essa avevo conosciuto i momenti più importanti e più tristi della mia vita: lì sedette mio zio, quando piccolo e piangente orfano, mi aveva preso in braccio cercando di farmi forza, su di essa avevo saputo che lui sarebbe rimasto accanto a me, e ancora parlammo del mio futuro universitario ora, su di essa, si apriva un successivo capitolo.

«Devo andare via » Mi rispose
«Dove?»
«Giappone.»
«Perché?»
«Affari.»
«Stiamo facendo a gara a chi parla di meno?»

Sorrise tristemente mentre si agitava sulla poltrona.

«No.» Mi rispose. «Ma sarebbe inutile, lungo e complicato. È importante che io vada a sistemare degli affari che ho lasciato sospesi per troppo tempo senza seguirli.»
«Per colpa mia?»
«Per te. Non per tua colpa. Non hai certamente colpa di quello che è successo e io sono stato ben felice di starti vicino, ma ora i tempi stanno stringendo. Quell’attacco mi ha fatto capire che non si può avere tutto il tempo che si vuole, può finire tutto da un momento all’altro…»
«Zio, la stai mettendo sul tragico…»
«Lasciami finire. Non sto dicendo che morirò domani, Dio me ne scampi, dico semplicemente che ho ottant’anni e, salvo miracoli, non credo proprio che ne avrò altri venti e non so nemmeno quanti ne avrò ancora e se sarò in grado di potermi muovere e ragionare. Tu sai dirmelo?»
«Almeno altri duecento.» Gli risposi. «Se non di più, con questa grinta e questa chiacchiera.»

Lui sorrise.

«Grazie, Cal, so che lo pensi, ma nemmeno tu puoi disporne, per cui penso sia giunto il momento di andare a sistemare le mie cose e predisporle in modo che in caso di una mia inammissibile dipartita tu possa diventare il mio fortunato erede.»
«Beh, detta così sembra una cosa interessante…»
«Per ora accontentati di volare in cerchio, avvoltoio!»

Risi a mia volta, mentre lui si fece improvvisamente serio. Si alzò dalla poltrona e si chinò su di me.

«Cal » disse «tu sei il mio oggi e il mio domani e sei diventato la cosa più importante del mio ieri. Ho versato sul tuo conto in banca una cifra che ti permetterà di tirare avanti per…»
«Quanto tempo starai via? » Lo interruppi
«Non lo so, quattro mesi al massimo comunque.»
«Ma salterai la cerimonia della laurea!» Protestai.
«Non posso farne a meno, ma se non ci sarò falla registrare, mi raccomando…»

* * *

E così feci in effetti, anche se lui non la vide perché non tornò mai più.

Passarono i mesi, gli anni senza che nessuna notizia mi arrivasse di lui e senza che le ricerche portassero a dei risultati, ma mio zio aveva previsto anche questo perché, dopo un anno dalla sua scomparsa, io ricevetti per disposizione bancaria, l’intero patrimonio che era sul suo conto corrente.

Il tempo passò come sempre fa il tempo e io iniziai la mia vita di ricercatore di finte panacee, un lavoro ben retribuito tramite il quale potei continuare a tenere la grande casa dei miei, anche se ne abitavo solo un’ala e avevo chiuso le altre stanze lasciandole però intatte con tutto il loro contenuto.

Il pensiero della misteriosa scomparsa di mio zio, però, mi tormentava sempre; il non sapere che fine potesse aver fatto non mi tranquillizzava e anche se ormai pensavo dovesse essere comunque morto, rimpiangevo di non averlo potuto rivedere almeno un’ultima volta.

Questo pensavo almeno fino a che non ricevetti una lettera da lui.

Il timbro era di solo dieci giorni prima e la lettera arrivava da Mistritz, un oscuro paese della Romania; conoscevo fin troppo bene l’opera di Bram Stoker per non essere preoccupato ancora prima di leggere la lettera.

La calligrafia era indubbiamente quella di mio zio, però il foglio e la busta sembravano vecchi, con un velo di polvere che si era indissolubilmente attaccato alla carta, come se il tutto fosse stato conservato per lungo tempo prima di essere spedito.

 

Cal, mio caro e amato nipote,

ti prego di seguire per filo e per segno ciò che ti viene scritto. Devi raggiungere al più presto e comunque entro e non oltre un mese dal timbro di spedizione di questa lettera, il piccolo paese di Mistritz, in Transilvania. È una cosa di estrema importanza e la posta in gioco è altissima.

Quando sarai arrivato lì vai alla locanda del paese e parla con il suo proprietario, Golath. Identificati come mio nipote, egli ha qualcosa da consegnarti. Segui queste istruzioni, ti prego, non vedo l’ora di riabbracciarti. Tuo zio.

 

Seguiva la sua inconfondibile firma.

Tenni la lettera tra le mani tremanti quasi incredulo. Erano passati vent’anni e mio zio era ancora vivo!

Non ci volle molto per invocare, con il mio datore di lavoro, le non mai godute ferie ed anche se il suo volto non era certamente incorniciato da un’espressione soddisfatta quando me ne andai, non vi feci molto caso e m’imbarcai per l’Europa alla volta della mia misteriosa ed interessante meta: il villaggio di Mistritz.

Il paese avrebbe fatto la gioia del regista Terence Fisher e di tutto lo staff della Hammer se avessero avuto i fondi per spostarsi fin lì: arroccato sul fianco di una collina le strade erano in terra battuta ad eccezione di alcune in salita dove erano stati interrati  enormi sassi per agevolare il percorso e per impedire al fango di franare durante gli acquazzoni.

Alcuni vicoli erano stretti e scuri sebbene il Sole fosse alto sull’orizzonte quando arrivai e le case erano tutte in pietra. La locanda del paese non aveva il nome stampigliato su un’insegna che oscillava macabra nel vento come mi sarei aspettato e, in ogni caso, non c’era vento e nemmeno il nome, solo un bicchiere di vino e un fiasco posati su una tovaglia immacolata sopra un barile davanti all’ingresso. Dall’interno, mentre mi avvicinavo con la valigia in mano, proveniva un cicaleccio di voci che non sembravano seguire un ordine preciso, ma si sovrapponevano le une con le altre senza che si potesse distinguere o capire nulla tranne qualche breve risata.

Ero sicuro che al mio ingresso tutte le voci avrebbero taciuto e gli sguardi si sarebbero rivolti verso di me come per scrutarmi e per capire cosa volesse questo estraneo, venuto a disturbare la loro quieta routine, per cui mi preparai a qualche istante di imbarazzante silenzio ed entrai.

Puntuale come un cronometro svizzero cadde subitaneo un silenzio di tomba e gli occhi di una trentina di persone si puntarono dritti su di me e io ricambiai tranquillamente lo sguardo posandolo su ognuno di loro e, in questo modo, potei constatare che quello che possedeva l’aspetto apparentemente più bonario stava masticando del tabacco sotto un paio di giganteschi baffi mal curati.

Avanzai lentamente verso l’interno e guardai l’uomo che stava dietro al bancone, doveva essere Golath e la mia esperienza nella filmografia dell’orrore mi aveva aiutato a immaginarlo come effettivamente lo vedevo: di media altezza, tra il grasso ed il mastodontico, lo sguardo, ferocemente incollato su di me, non mi abbandonava un istante.

Appoggiai la valigia sul pavimento di legno e avanzai verso l’uomo che stava sempre immobile dietro il bancone di legno scuro su cui poggiava le mani .

Mi piazzai davanti a lui e mentre mi aspettavo da un momento all’altro che un regista, nascosto da qualche parte, mi desse lo stop per passare alla scena successiva, gli chiesi:

«Salve, lei è Golath?»

Lui non abbassò lo sguardo, ma un lampo brevissimo di sorpresa attraversò il suo volto e quando rispose lo fece con voce bassa e stranamente esile.

«Chi vuole saperlo?»
«Io.»
«Io è il suo nome? Mai sentito nessuno chiamarsi così e di cognome come fa: Egli o Voi?»

Probabilmente riteneva di aver detto qualcosa di estremamente spiritoso e i suoi clienti furono d’accordo con lui perché sbottò in una risata chioccia seguita da un coro di ragli e di nitriti che, nella fattispecie, dovevano rappresentare altre risate.

Attesi che l’ilarità si quietasse poi mi rivolsi nuovamente al mio interlocutore:

«Io mi chiamo Cal Carlson. Se lei è Golath conosce mio zio Richard.»

L’uomo prese con la mano destra un bicchiere e con la sinistra uno straccio e cominciò una meticolosa opera di pulizia.

«Io sono Golath e conosco quel vecchio pazzo di tuo zio.»
«Come sta, sta bene?»
«L’ultima volta che l’ho visto stava benissimo.»
«E quando è stato?»

Smise un attimo di seviziare il bicchiere e si passò una mano tra i radi capelli grattandoseli con religioso rispetto.

«Quanto è stato? Uhm… vediamo… quando è stato… Basarab, ehi, Basarab… quando è stato che abbiamo visto il vecchio Richy?»

L’uomo dai baffi incolti si grattò a sua volta la testa e rispose:

«Non è stato quando abbiamo avuto l’allagamento?»
«No, quello è stato dopo… prima che il vecchio Brent avesse l’infarto?»
«Certo… direi quando Amy ha perso le sue pecore sul dirupo…»

Una terza voce e poi altre ancora s’intromisero nella conversazione.

«State sbagliando tutti e due. È stato quando il dentista se ne è andato…»
«Chi?! Adler?! Ma, no molto dopo, siamo senza dentista da trent’anni!»
«Non capite niente. Non vi ricordate che Amelia era incinta di Amy e che Richy le fece gli auguri?»
«È vero, ma ora Amy ha vent’anni!»
«Ecco, appunto, è stato vent’anni fa.»

Le ultime parole erano state di Golath e mi voltai verso di lui.”

«Vent’anni?! L’ultima volta che lei ha visto mio zio è stato vent’anni fa?»

Lui si grattò nuovamente in testa.

«Beh, sì… giorno più, giorno meno…»

Trassi la lettera dalla tasca e la posi sul bancone.

«E questa chi me l’ha inviata?»
Golath prese in mano la lettera e la guardò poi la ripose sul banco.
«L’ho spedita io.» Rispose.
«Mi faccia capire bene. Lei ha visto mio zio l’ultima volta vent’anni fa e mi ha spedito una sua lettera di recente?»
«Direi che è un ottimo riassunto di quello che è accaduto.»

Per un attimo temetti di avere a che fare con un pazzo per cui posi la successiva domanda con estrema cautela.

«E, se non sono troppo curioso, come mai l’ha spedita solo adesso?»
«Beh, mi sembra logico: me lo aveva chiesto lui.»
«Cioè mio zio vent’anni fa le disse di spedirmi una lettera, ma di farlo tra vent’anni, cioè oggi?»
«Direi che è un ottimo riassunto di…»
«Di quello che è accaduto… lo ha già detto. E da allora lei non ha più visto mio zio.»
«Questo lo abbiamo già detto, ti stai ripetendo.»

Fu il mio turno di grattarmi la testa. Mi rivolsi agli astanti.

«E nessuno di voi lo ha più visto da allora?»

Ci fu un coro di no e di borbottii di diniego per cui mi voltai nuovamente verso il mio preciso interlocutore il quale, nel frattempo, continuava a massacrare con lo straccio lo stesso bicchiere.

«Lei sa dove possa essere ora mio zio?»
«Sì.»
«Me lo può dire?»
«Certamente.»

Rimase in silenzio davanti a me dopo questa precisa risposta. Lasciai passare qualche secondo e poi ripresi.

«Allora perché non me lo dice?»
«Perché ancora non me lo avevi chiesto di farlo.»

Sospirai profondamente, contai fino a tre e poi risposi:

«Lo sto facendo ora.»
«Me ne sono accorto. Non saremo gente istruita ma non siamo mica cretini, sai. Tuo zio era una persona rispettabile e io non ho fatto altro che seguire le sue istruzioni. Tuo zio è su, al castello.»
«Quale castello?»
«Esci da qui. Fai venti passi in avanti e poi girati. Lo vedrai guardando in alto verso la cima della collina.»
«E mio zio sarebbe lassù da vent’anni?»
«Da qui non è più passato, per cui deve essere ancora lassù.»
«Torno subito, mi scusi.»
«Fai pure» mi rispose Golath posando il bicchiere sul bancone «Vuoi bere qualcosa?»
«Sì, certo. Vorrei anche mangiare, se possibile.»
«Certo che è possibile. Ti preparo il tavolo, oggi abbiamo stufato e fagioli in salsa piccante.»
«Va benissimo. Torno subito.»

Lasciai la valigia davanti al bancone e mi avviai verso la porta della locanda, l’aprii e seguii le istruzioni di Golath: feci venti passi e mi voltai.

Socchiusi gli occhi per non restare abbacinato dal Sole che si trovava alla mia destra e guardai in alto verso la montagna.

Individuai quasi subito la grande costruzione che stava abbarbicata in cima al pianoro. Anche se s’intravedeva solo la parte alta dell’edificio era indubbiamente un castello di discrete dimensioni. I raggi del sole entravano dentro le feritoie delle finestre più alte, la distanza era assai notevole per cui non era assolutamente possibile capire se lassù poteva esserci qualcuno.

Tornai sui miei passi e rientrai nella locanda.

Golath aveva apparecchiato un tavolo davanti al bancone con del vino e del pane. Avanzai e mi sedetti. L’uomo apparve poco dopo con un piatto di metallo con lo stufato fumante che emanava un ottimo odore; posò il piatto sul tavolo quindi trasse dalla tasca del grembiule una grossa busta e me la porse.

«Questa è per te.» Mi disse.

Presi la busta e la rigirai tra le mani. Mio zio vi aveva scritto solo il mio nome sopra. Feci per aprirla, ma Golath mi fermò con la sua voce chioccia.

«Prima mangia. È caldo.»

Gli diedi retta e iniziai a pranzare. Anche il sapore era squisito, mandai giù il primo boccone e rimasi a bocca aperta, mentre un tremendo calore saliva dal mio stomaco e credetti, per un attimo, di essere diventato un drago in procinto di eruttare una vampata di fiamme dalle fauci.

Fingendo la massima indifferenza, ma convinto di essere diventato più rosso di un pomodoro, presi il vino, lo versai nel bicchiere e, sforzandomi di restare calmo, lo fagocitai quasi per intero mentre, con gli occhi della fantasia, sentivo sfrigolare le fiamme che mi tormentavano la bocca. Guardai Golath. L’uomo era davanti a me con aria indifferente, gli occhi semichiusi ed apparentemente sonnacchiosi, solo la sua voce risuonò in quel momento dentro la locanda.

«Troppo piccante?»

Aprii la bocca per rispondergli però le parole non volevano uscire: un sibilo disperato uscì dalle mie labbra martoriate.

«Non capisco, era il cibo preferito di tuo zio. Cosa c’è che non va?»

Deglutii e costrinsi le parole ad uscire dalla bocca.

«Nu…nu…nu…»

Golath si sporse verso di me. «È andato di traverso, per caso?»

Annuii rapidamente e poi trovai finalmente la forza di rispondere:

«Nu… nulla. È squisito… davvero.»
«Mi fa piacere. Ora alternalo con il pane e con il vino e vedrai che tutto andrà bene. La tua bocca e il tuo stomaco si sono abituati. Benvenuto a Mistritz.»

Tutti quanti intorno alzarono il bicchiere nella mia direzione.

Forse quella era una specie di cerimonia d’iniziazione per cui risposi al loro saluto alzando a mia volta il bicchiere, quindi proseguii il mio pasto seguendo le precise istruzioni di Golath e finii lo stufato, il pane e il vino senza ulteriori incidenti.

La busta giaceva sul tavolo al mio fianco. Il suo colore, leggermente ingiallito, dimostrava gli anni che aveva ed ero curioso di conoscerne il contenuto per cui, appena ebbi terminato e dopo che l’oste si fu dedicato a portar via i pochi e sparuti avanzi, io aprii la busta e ne disposi il contenuto sul tavolo: soltanto un foglio vergato a mano.

 

Cal, nipote mio,

grazie di essere arrivato fin qui. Ora devi fare qualcosa per me. Recati con ogni mezzo possibile a tua disposizione al castello che sta sulla collina del paese. Il tuo castello, perché fa parte delle mie proprietà, ma per fare questo devi esserci entro la sera dell’ultimo del mese di settembre del 1999 altrimenti sarà troppo tardi. Golath ti darà la chiave per aprire il portone, entra senza timore e solo in quel momento potremo incontrarci di nuovo.

Ti prego, Cal, fa quello che ti chiedo. Tutto ciò è di estrema importanza per tutti noi.

 

Ancora una volta si trattava di una lettera scritta di suo pugno e recante la sua firma. Alzai gli occhi dal foglio e vidi Golath che mi stava guardando. Mise la sua tozza mano nel grembiule ed estrasse una solida chiave in ferro battuto.

«Tuo zio mi ha detto di darti anche questa una volta che tu avessi letto il contenuto della busta.»
«Sa cosa c’è scritto?»
«No e non m’interessa, a nessuno di noi interessa e nessuno di noi ti accompagnerà al castello.»

Un borbottio di assenso percorse la taverna.

«Come fa a sapere che io devo andare al castello?» Chiesi.
«E perché saresti qui, allora? Perché tuo zio mi avrebbe detto di darti quella chiave? Te l’ho detto, potremo essere ignoranti, ma non cretini.»
«Devo andarci, in effetti.»
«Non ti ci porterà nessuno.»
«Strada interrotta?»
«No.»
«Mancanza di mezzi di trasporto?»
«No.»
«Sciopero dei camionisti, dei taxisti, dei vetturini e degli elicotteri insieme?»
«Non ci sono taxisti, camionisti o elicotteri qui»
«Avete litigato con gli abitanti del castello?»
«No. Non vogliamo incontrarli.»
«Perché? Sono dei vampiri?»
«No, sono dei fantasmi.»

Lo guardai per vedere se stesse scherzando, ma i suoi occhi semichiusi erano affossati in un viso estremamente serio.

«Voi credete ai fantasmi?»

La domanda scatenò una ridda di risposte da parte di tutti gli avventori, le voci si sovrapponevano le une con le altre ed io non capivo nulla tranne qualche frase smozzicata:

«Ci sono eccome i fantasmi…»
«…buttati dalla rupe ma i corpi non sono mai stati trovati…»
«…aveva dei poteri malefici…»
«…lo avrebbero bruciato vivo…»

Golath alzò un braccio e le voci si zittirono.

«Come volete che capisca se parliamo tutti assieme? Glielo spiego io.»

Con passo pesante e deciso andò a prendere un’altra caraffa di vino, la pose sul tavolo e si sedette nella sedia di fronte.

«Mi sembra»  Disse guardandomi diritto negli occhi  «che tu non creda ai fantasmi…»
«No e nemmeno ai vampiri, qui dovreste esserne pieni.»
«Può darsi» acconsentì «ma questa storia risale a secoli fa e non fa cenno di vampiri, però è comunque una storia di sangue e di dolore. Vuoi ascoltarla?»
«Visto che nessuno mi accompagna al castello per il momento e che ho tempo due giorni per arrivarci, posso anche sentire la sua storia. Le dispiace se prendo appunti?»
«No, detto francamente nemmeno te ne parlerei se non fosse per rispetto di tuo zio.»
«Che c’entra mio zio con un castello infestato da fantasmi? E lui ci viveva, no? Ha mai detto di averli visti?»
«Non ne aveva bisogno.»
«Perché?»
«Perché lui stesso era uno di loro.»

* * *

L’attimo successivo il silenzio si poteva tagliare con un coltello. Rimasi immobile a guardare Golath dritto negli occhi socchiusi. L’uomo non si scompose e continuò a fissarmi in paziente attesa che io digerissi quell’ultima frase.

Avevo la gola secca, per cui mi versai un bicchiere di vino e lo portai alla bocca, la mia mano tremava e non sapevo se fosse tensione, rabbia o paura di quanto avrei potuto sentire ancora.

Posai il bicchiere sul tavolo e dissi con voce spenta:

«Lo ripeta.»
«Perché?» Mi chiese l’oste stupito «Sei sordo, per caso?»
«Devo esserlo. Mi pareva che lei avesse detto che mio zio è un fantasma.»
«Infatti… oh, intendiamoci… un buon pezzo di fantasma. Non c’erano problemi con lui, era uno spirito corretto, gentile e anche di compagnia.»

Il resto dei convenuti emise un suono di assenso. Uno di loro, un giovane dai capelli irsuti, intervenne.

«A me ha anche salvato la vita.»

Lo guardai.

«E come?»

Prima che il ragazzo rispondesse intervenne Golath.

«Kadel, qui…» indicò il giovane «era caduto nel torrente, non sapeva nuotare e fu tuo zio a sporgersi da un ponte e prenderlo al volo mentre passava.»
«È andata proprio così.» Annuì Kadel «proprio così, se non era per lui, le rocce più avanti mi avrebbero senz’altro ucciso.»
«Strano da parte di un fantasma.» Replicai
«Perché?» Mi chiese Golath
«Ero convinto che i fantasmi fossero essere immateriali e non potessero afferrare nessuno, invece non solo mio zio ha salvato la vita a voi ma, a quanto pare, è uno spirito molto solido… e ve lo può dire uno che lo ha toccato molto spesso…»

L’oste fece un rapido cenno di fastidio con la mano.

«Oh, quello non conta nulla. Semplicemente può rendersi solido quando vuole oppure, meglio ancora, quando lo conoscevi tu non era un fantasma, era ancora vivo… allora vuoi sentire questa storia, o no?»
«Ho altra scelta?»
«No.»
«Appunto.»

* * *

«Il castello» cominciò a raccontarmi implacabile Golath «è stato costruito nel 1470 ad opera di Radu, egli lo fece edificare non per sé, ma per dare rifugio a una famiglia sotto la sua protezione. Era certo che suo fratello stava per ritornare al potere, visto che pur di riavere il trono si era convertito dall’ortodossia al cattolicesimo, sposando addirittura una principessa di Ungheria. Radu era malato, sapeva che non sarebbe vissuto a lungo, ma non voleva che suo fratello mettesse le mani sui suoi protetti ai quali teneva moltissimo, non si sa il perché…»

«Ma chi era questo fratello così potente?»
«Ci stavo arrivando, comunque anche Radu era potente, si era guadagnato i favori dell’aristocrazia della Valacchia e sapeva come mettere in cattiva luce suo fratello, il quale era asceso al governatorato della Valacchia, aveva favorito e cercato la guerra con i turchi conducendola in modo efferato e inumano. Hai mai sentito parlare di Vlad detto l’impalatore?»
«Certo.» Risposi. «A lui si è ispirato Bram Stoker per il suo Dracula.»
«Sì, sì» mi rispose con fare annoiato «questo lo so anch’io, lo zio di mio zio lo ebbe come cliente in questa locanda per un’intera estate, probabilmente era venuto per fare delle ricerche.»
«Bram Stoker è stato qui?»

La palpebra si alzò leggermente.

«È quello che ho detto, vuoi lasciarmi raccontare o hai intenzione di continuare ad interrompermi?»
«Mi scusi.»

L’uomo prese la caraffa e si versò un generoso bicchiere di vino.

«Stavo dicendo che il castello fu edificato da Radu, fratello di Vlad, per accogliere queste persone. Non conosciamo i loro nomi, se non quello del capofamiglia che si chiamava Ekimmu, ma sappiamo che aveva due figli, una moglie e un servitore. Il loro soggiorno non fu tranquillo perché uno dopo l’altro scomparvero e assieme a loro cominciarono a sparire anche gli abitanti del paese. Rimasero solo Ekimmu e il suo servitore, il quale veniva una volta alla settimana in paese per fare provviste. Da quanto raccontava, il suo padrone era sconvolto dalla scomparsa della sua famiglia e naturalmente si dichiarava estraneo alla scomparsa dei paesani fino a che…»

«Fino a che?»

«Fino a che il corpo di un ragazza non fu trovato proprio sotto il precipizio del castello. Sulle mani aveva delle escoriazioni, segno evidente che aveva cercato di scendere da una delle finestre del maniero e era precipitata di sotto. Questo rendeva il Barone Ekimmu colpevole, ma quando la delegazione dei magistrati con le guardie entrarono nel castello lo trovarono apparentemente deserto… perlomeno deserto da esseri umani viventi…»

«Cosa vuol dire?»

«Vuol dire, ragazzo mio, che il solo superstite che uscì da quelle mura era totalmente impazzito. Parlò di spettri che attraversavano i muri, di grida, di urla, di trappole malefiche e mortali, di sangue che colava dalle pietre e del volto di Ekimmu gigantesco e ghignante.»

«E ci avete creduto…»
«Semmai ci credettero i nostri progenitori, però ci crediamo anche noi, se è per questo.»
«Siamo nel ventunesimo secolo…»
«Potremmo essere anche al trentesimo, tuttavia ciò che ti ho raccontato è vero e è verificabile…»
«Come sarebbe a dire: è verificabile?»

Golath si voltò verso uno degli avventori.

«Quanto manca Daster?»

L’uomo guardò il proprio orologio, un oggetto estremamente moderno, notai, e questo mi diede un senso di sollievo perché mi ricordava che non avevo realmente viaggiato nel tempo, ero ancora qui, in un presente anomalo, ma pur sempre un presente.

«Un paio di minuti circa, Golath.»

L’oste si alzò e torreggiò sopra di me.

«Vieni con me, giovanotto.»

Mi alzai a mia volta.

«Dove andiamo?» Chiesi
«Fuori, a guardare il castello.»
«Ma l’ho già visto.»
«Non come lo vedrai e lo sentirai adesso, andiamo, vediamo se riesco a convincerti.»

Lo seguii e tutti quelli che erano all’interno uscirono con noi mentre il Sole stava volgendo al tramonto.

Fatti un centinaio di passi la comitiva si girò verso la taverna e tutti gli occhi si puntarono sul dirupo dove sorgeva il castello.

Apparentemente non era cambiato nulla: se ne stava addossato al crinale come se vi fosse incollato,  le grigie torri si ergevano nel cielo che andava lentamente scurendo.

I raggi del Sole calante illuminavano ancora l’edificio e le occhiaie nere delle finestre risaltavano nette tra le pietre ed i rampicanti che si innalzavano o scendevano dai pertugi dando al tutto un aspetto quieto, assonnato e non certo minaccioso.

Mi girai verso Golath.

«Allora?» Gli chiesi

Il mio sguardo doveva esprimere tutto lo scetticismo del mondo perché lui mi guardò come se stesse osservando una scolopendra, quindi si girò verso Daster il quale annuì solennemente, Golath si volse di nuovo verso di me per dirmi con voce paziente.

«Guarda la torre più alta, quella centrale.»

Spostai lo sguardo nuovamente sul castello ad inquadrare una finestra o un pertugio collocato verso l’alto, semi nascosto dai rampicanti.

«La sto guardando.» Gli risposi.
«Bene, tra circa un minuto l’ombra raggiungerà quella finestra in alto…»

Tacque e lo guardai.

«E allora?»
«E allora cosa?»

Trattenni un sospiro e gli risposi:

«E allora cosa succederà?»
«Perché dovrei dirtelo? Hai occhi e orecchie, usali.»

Rimanemmo così, tutti quanti in silenzio ad osservare in alto il castello.

L’aria stava cominciando a raffreddarsi ed una brezza leggera soffiava in mezzo a tutti noi. Dovevamo sembrare uno spettacolo quantomeno curioso per chi avesse potuto vederci: una trentina di persone ammassate sulla piazza del paese che guardavano in alto, verso un vecchio castello incollato sulla montagna. Poi, d’improvviso, mi accorsi che non c’eravamo solo noi, ma, probabilmente, tutto il paese si era radunato in quello spiazzo e guardava anch’esso, con aria incuriosita e timorosa verso l’alto.

Prima che mi rendessi conto della stranezza del fenomeno l’ombra toccò la finestra della torre.

Lentamente, appena udibile, un sibilo si sparse intorno a noi, poi aumentò d’intensità per frantumarsi in una serie di suoni che non erano grida e di ululati che non erano ululati, forse pianti, forse singhiozzi, comunque delle vibrazioni che riempirono tutta l’aria intorno a noi rendendola pesante ed opprimente. Anche il vento sembrava essersi fermato.

I gemiti, o quello che erano, aumentarono di tonalità e la loro provenienza sembrava essere quel vecchio maniero che stava per entrare nell’ombra della notte… Ecco, la torre centrale e di conseguenza poi tutto il castello, erano adesso in ombra, i suoni cessarono e io mi voltai a guardare con occhi spalancati Golath.

L’oste mi fissò a sua volta, gli occhi gli brillarono leggermente in preda ad un malcelato trionfo e con voce bassa mi sussurrò:

«Aspetta. Non è finita.»

Aveva appena finito di parlare che un altro suono riempì lo spiazzo e questa volta lo riconobbi subito: era una risata, una risata che si stemperò in una serie di gorgoglii infernali come quelli di un demente, mentre una strana nube si ergeva sopra la torre, sembrava provenire dal nulla, ma prese la forma di un gigantesco volto ghignante. Il fenomeno durò sì e no un minuto, poi anche la risata che aveva riempito la piana cessò e la nube scomparve.

Il crepuscolo avanzato mi permetteva ancora di vedere il volto di Golath, anche se a malapena, ma lui vedeva benissimo il mio e il terrore ancestrale che vi lesse lo appagò del mio avventato scetticismo e, con voce tranquilla, disse:

«Lo spettacolo è finito, possiamo rientrare.»

* * *

I raggi di una Luna quasi piena entravano dalla finestra della mia camera. Avevo letto da qualche parte che chi si addormenta sotto la sua luce cinerea diventa pazzo, ma forse io credevo di esserlo già.

Mi sembrava di trovarmi in pieno film dell’orrore e se la storia fosse proseguita mantenendo una suspance così acuta, senza la solita delusione finale, sarebbe stata anche una storia dignitosa…da vedere sullo schermo…non certo da recitarla nel ruolo del protagonista.

Golath non aveva saputo dirmi molto di più… o forse non voleva.

Dopo aver assistito e soprattutto dopo aver udito quei suoni allucinanti, la popolazione era rientrata nelle case in assoluto silenzio ed io avevo seguito Golath e gli altri nello stesso modo. Una volta rientrati nella taverna i miei sforzi per farmi accompagnare al castello erano risultati inizialmente vani, fino a che non ero riuscito a convincere Daster ad accompagnarmi in calesse almeno per un tratto. L’uomo si lasciò convincere a patto che partissimo l’indomani mattina presto e non volle minimamente parlare di compenso, lo avrebbe fatto per rispetto a mio zio e non ne volle discutere ulteriormente, da parte mia non insistetti nel timore che cambiasse idea.

La camera che Golath mi aveva assegnato, nel sottotetto della taverna, era piccola e pulita, il letto  morbidissimo e la finestra dava sui monti, ma non sul castello che si trovava troppo spostato sulla destra e, per vederlo, dovevo sporgermi in maniera alquanto pericolosa.

La notte avanzava e la Luna era tramontata, il cielo era limpidissimo e nero, pieno di stelle: il sonno tardava ad arrivare malgrado fossi alquanto stanco. Mi assopii che doveva essere tardi e quando mi svegliai non fu certo perché mi ero riposato abbastanza.

Spalancai gli occhi. Il buio era assoluto. Potevo vedere le stelle fuori dalla finestra mentre il cielo stava cominciando appena a schiarire per l’alba imminente.

Qualcosa mi aveva svegliato, sebbene non riuscissi a capire cosa…

Era un suono lontano, un leggero sibilo che veniva da fuori e sembrava perdersi tra le stelle di una notte ormai fuggente, mi sporsi dalla finestra e guardai fuori verso le colline degradanti nella vallata, il lamento proveniva dalla mia destra per cui mi sporsi e cercai di vedere nell’oscurità, ma quando il mio busto fu praticamente fuori del tutto non ci misi molto a capire da dove veniva quel sibilo struggente.

La finestra di una delle torri del castello era illuminata da una luce fioca il cui bagliore andava e veniva come il pulsare di un cuore lontano, anche in questo caso il fenomeno non durò più di un minuto da quando lo osservavo perché all’improvviso il bagliore si spense e con lui il sibilo.

Qualcosa sembrò picchiare sull’imposta che stava alle mie spalle, mi girai di scatto verso sinistra rischiando di fare una rovinosa caduta e, per un attimo, con la coda dell’occhio, vidi uno strano oggetto nero volare via velocemente. Pensai ad una civetta o, visto il luogo, ad un pipistrello, forse un vampiro che era venuto per dissetarsi del sangue delle sue vittime ed ora tornava, gonfio e volante, verso il maniero lontano prima che l’alba bruciasse il suo corpo altrimenti immortale.

Scossi la testa. Capivo che il luogo mi stava suggestionando per cui mi sdraiai nuovamente sul letto e, mentre l’alba saliva nel cielo, mi addormentai nuovamente.

Sembrava che fossero passati solo pochi minuti quando mi svegliò il fragoroso bussare alla porta e, prima ancora che potessi rispondere, vidi Golath entrare in camera con una tazza di caffè bollente.

«Daster ti sta aspettando. Alzati.»

Appoggiò la tazza sul comodino e fece per andarsene quando lo fermai per raccontargli cosa avevo visto e sentito poche ore prima e gli chiesi cosa ne pensasse.

«So a cosa ti riferisci. Ogni tanto tuo zio o qualcun altro suona il flauto di notte.»
«Il flauto?»
«Certo, il flauto. Cosa c’è di strano?»
«Oh, beh, se le sembra normale che qualcuno suoni il flauto poco prima dell’alba…»
«E tu trovi strano che un gallo canti all’alba?»
«No, ma…»
«E allora non vedo che cosa ci sia di male a suonare un flauto per annunciare l’alba, il gallo canta, questi suonano il flauto, ognuno si esprime come può…»

Trovai il ragionamento inattaccabile e non replicai.

* * *

Il viaggio in calesse fu suggestivo. Il sentiero si innalzava leggermente verso la cima della montagna e Daster guidava il suo cavallo con perizia. A una svolta potei vedere come era rimpicciolito il villaggio e rendermi conto che la mia meta si avvicinava. Vorrei poter dire che l’atmosfera era opprimente, che non si udivano uccelli e che il silenzio era rotto solo dallo stormire delle fronde, certo sarebbe emozionante e ancora più angosciante, ma non corrisponderebbe affatto alla verità. Un festoso cinguettio accompagnava il nostro viaggio, il Sole brillava in mezzo alle cime degli alberi creando suggestivi effetti nel bosco circostante e la compagnia di Daster, anche se silenziosa, non era certamente opprimente.

Il calesse superò una stretta curva dopo la quale la strada riprendeva a salire e l’uomo fermò il cavallo. Pose le redini sulle ginocchia e mi guardò.

«Capolinea?» Gli chiesi quasi timidamente.

Lui annuì.

«Sì, mi dispiace. Non vado più in là. Il castello è a poco più di due miglia in quella direzione. Golath mi ha detto di darti questo, la passeggiata stimola l’appetito, per cui ti ha preparato dei panini di carne e formaggio, tieni.»

Mi porse un pacchetto da cui emanava un delizioso profumo.

«Lo ringrazi da parte mia.»
«Lo farò…»

L’uomo si guardò intorno come se volesse annusare l’aria, poi i suoi occhi azzurro ghiaccio si posarono sui miei.

«Quanto tempo conti di restare lassù’?»
«Francamente non lo so, ma non vorrei fermarmi a lungo.»
«Io sarò qui ogni mattina per una settimana…t’aspetterò fino a mezzogiorno.»
«Lei è molto gentile, non so come ringraziarla.»
«Non mi ringraziare. Scopri cosa succede, siamo gente semplice e vorremmo continuare a vivere tranquilli. Salutami tuo zio, se lo vedrai…»
«Lo farò. Grazie…»

Con un abile manovra e con uno schiocco delle labbra Daster girò il carretto e si allontanò sparendo subito dopo la curva. Il rumore degli zoccoli fu presto coperto dal chiasso degli uccelli e dal vento che accarezzava i rami degli alberi.

* * *

Ecco come ero capitato lì.

La strada proseguiva in salita e anche dopo essermi rinfrescato un poco in quel laghetto non ne avevo tratto il giovamento che avrei voluto. Il ginocchio destro continuava a farmi male e camminavo zoppicando leggermente mentre il Sole creava delle lunghe ombre sul sentiero e l’aria si faceva leggermente più fresca.

A un ennesima svolta della strada vidi il castello sopra di me e capii che non mancava molto, non potevo ancora distinguere l’ingresso perché era coperto da uno spuntone roccioso, ma la sua mole mi costrinse ad alzare la testa fin quasi a cadere all’indietro per poterlo osservare per intero.

Le torri erano cinque e la centrale era la più alta di tutte. Era coperta fin oltre la metà, come quasi tutto l’edificio sottostante, di rampicanti. Sulla cima delle torri si distinguevano dei piccoli e sottili pertugi che sembravano percorrerne, almeno fino a dove potevo vedere, tutta la circonferenza. Ai lati c’erano le torri più grosse, le più panciute, ed i merli correvano tutt’intorno formando una balaustra che era, probabilmente,  percorsa nei tempi antichi dalle guardie armate che osservavano da lassù l’eventuale avvicinarsi del nemico.

Le torri terminavano con un tetto a cono coperto di tegole rosse e, sopra di esse, delle punte metalliche svettavano verso il cielo ormai blu scuro.

Le finestre che potevo vedere sembravano tutte abbastanza piccole, dotate di sbarre e le imposte erano scure, con decorazioni ancora visibili, nonostante fossero leggermente stinte.

Dopo aver percorso il lungo sentiero in salita, lo stesso conduceva a un’ampia svolta a sinistra formando un spiazzo dal quale potei vedere nitidamente il paesaggio sottostante, il piccolo villaggio da dove provenivo e le sue case ormai immerse nell’ombra della sera. Aguzzai lo sguardo e mi parve di vedere un lontano formicolio nella piazza del paese e non ne compresi subito il significato se non quando voltai nuovamente lo sguardo e vidi il castello davanti a me.

L’ingresso era costituito da un grande cancello nero chiuso e da una lunga strada in salita che portava verso un ingresso a fianco di un camminamento, il quale saliva a sua volta fino a un altro portale con a fianco una grande lampada, infissa nel muro.

Sotto questo portale si scorgevano delle iscrizioni come scolpite nel muro, ma la distanza non mi permetteva ancora di distinguerle bene, inoltre, la mia preoccupazione, al momento, era un’altra: la torre centrale stava scivolando nell’ombra della sera che scendeva in mezzo a quei monti ed un silenzio assoluto faceva eco ai miei passi mentre mi avvicinavo lentamente al cancello.

Il lamento riempì l’aria all’improvviso e il suono mi colpì con la forza di un pugno nello stomaco facendomi rabbrividire, sembrava il pianto di mille persone e esprimeva contemporaneamente angoscia, terrore e un dolore profondo.

La mia mente tornò indietro nel tempo verso la metà del quattrocento quando, forse, quel castello brulicava di vita… e di morte, quando il padrone dettava legge e possedeva il diritto di vita e di morte sui suoi sudditi e, anche se, stando a quello che mi aveva detto Golath, Vlad non aveva mai vissuto lì, quel suono sembrava sottintendere una pena infinita.

Presi la chiave consegnatami da Golath, l’avvicinai alla serratura: a pochi centimetri da essa, come se una mano invisibile l’avesse mosso, il cancello si aprì e rimasi perplesso e stupito a osservare la scena. Rigirai la chiave tra le mani, ma sembrava una semplice grossa chiave di foggia antica, niente di più, forse mio zio aveva fatto abilmente nascondere una cellula fotoelettrica nel cancello e questa era una spiegazione più razionale anziché tirare in ballo un fantasma che ti apre gentilmente la porta…

Varcai l’ingresso, il lamento tacque all’improvviso e fu una cosa così immediata e inaspettata che mi fermai stupito. C’era un silenzio assoluto e mi aspettai, da un momento all’altro, di sentire quell’orribile risata echeggiare nell’aria, ma ancora il silenzio era rotto solo dallo strisciare delle mie scarpe sul terreno. Una nebbia densa parve uscire dalla finestra centrale della torre e se anche aveva formato l’immagine ghignante, da lì non era possibile distinguerla.

Mi venne un’idea improvvisa e arretrai di qualche passo trovandomi nuovamente fuori dal cancello d’ingresso. Le mie orecchie si riempirono di quella risata che sembrava provenire dall’inferno più profondo, immediatamente rientrai e il suono tacque.

Pensai che poteva trattarsi di un originale sistema d’allarme per tenere lontani i curiosi: mio zio sarebbe stato capacissimo d’inventarsi una cosa del genere, però non riuscivo a comprendere come fosse udibile solo al di fuori del cancello, come se un’invisibile barriera sonora si ergesse subito dopo di questo e impedisse al suono di entrare, lasciandolo libero di uscire, di perdersi nell’aria, di infiltrarsi tra gli anfratti e poi scivolare a valle per spaventare dei poveri montanari timorosi.

Scossi la testa all’indirizzo di mio zio che già avevo eletto colpevole di questo macabro scherzo e percorsi il camminamento che mi condusse al portale di ferro nero e chiodato che costituiva l’ingresso principale di quello che doveva essere il mio maniero.

Era ermeticamente chiuso e non cedette alle mie spinte, il batacchio produsse un suono sordo e cupo che sembrò rimbombare tra le mura, ma nessuno venne a aprire e, forse, se qualcuno lo avesse fatto, mi sarei spaventato.

Le scritte sul muro erano in un latino arcaico e non individuai nessuna parola conosciuta o leggibile, tuttavia la mia posizione, proprio sotto di esse, non era certamente delle migliori per un’interpretazione letteraria.

Sostai ancora un attimo davanti alla porta e, dopo aver bussato inutilmente, feci qualche passo indietro e urlai nella notte che ormai era scesa:

«C’è nessuno? Sono qui, zio, sono arrivato.»

La porta davanti a me si aprì lentamente.

Rimasi come inebetito a guardare il portone che si apriva nel nero della notte verso un varco altrettanto nero: non c’era nessuno davanti o dietro di esso.

Mi affacciai e mi sporsi cautamente verso l’interno.

«C’è nessuno? Zio!?»
«Entra Cal, non avere paura.»

Il mio cuore cessò di battere per un attimo. Era la voce di mio zio che echeggiava, calma e tranquilla, nel buio.

«Zio, dove sei, zio?»
«Entra, Cal. La porta si chiuderà dietro di te e le luci si accenderanno. Ti stavo aspettando e, grazie al cielo sei giunto. Entra, nipote mio.»

Non ebbi più esitazioni ed entrai. La porta si chiuse lentamente alle mie spalle lasciandomi nel buio più completo, ma fu un attimo, la luce illuminò subito il luogo dove mi trovavo.

Un salone vasto e spoglio, il pavimento sconnesso sembrava indicare un ingresso per i cavalli e probabilmente doveva essere così visto che, al mio fianco, si vedevano alcune mangiatoie.

Non riuscivo a capire da dove provenisse la luce, non c’erano lampade o, perlomeno, io non riuscivo a vederle, però la luce c’era, eccome, e sembrava arrivare da ogni parte impedendo alle ombre di formarsi.

«Cal, c’è una porta davanti a te. Dà su un cortile, percorrilo ed entra di nuovo all’interno dell’edificio attraverso l’uscio che ti troverai davanti.»
«Zio…mi vedi e mi senti?»
«Ma certo, come potrei guidarti altrimenti? Non avere paura, non sai cosa voglia dire per me poterti rivedere.»
«Anche per me, ma dove sei? Cosa ti è successo? Da dove viene la tua voce?»
«Vedo che non sei molto cambiato in tutti questi anni. Il tuo desiderio di sapere e la tua curiosità sono rimaste come le conoscevo, meglio così, ma non avere fretta. Ti prego, fai come ti ho detto, abbiamo ancora tempo…»
«Abbiamo tempo per cosa?»
«Per parlare e per fare. Questa è una grande sera, nipote mio, lo capirai tra poco. Ora segui la strada che ti ho indicato. Le porte sono abilitate ad aprirsi al suono della tua voce, qualunque cosa tu dica. Puoi proseguire tranquillamente.»

Decisi di seguire il suggerimento, dato che ero arrivato fin lì e soprattutto perché desideravo sopra ogni altra cosa rivedere mio zio. Mi avvicinai alla porta opposta a quella da dove ero entrato: era chiusa. Provai, per prima cosa, a girare la maniglia ma questa non si mosse sotto i miei sforzi, mi guardai intorno sentendomi un po’ ridicolo, sapendo di essere costantemente osservato e, con assoluta mancanza di originalità, esclamai:

«Apriti Sesamo.»

La porta si aprì silenziosamente e io mi trovai in un piccolo cortile pentagonale con il pavimento di pietra, al centro si ergeva un pozzo e, tutt’intorno c’erano solo delle piante, l’unica parte libera era quella di fronte a me, dall’altra parte del cortile, dove un’altra porta conduceva nuovamente all’interno del castello.

Alzai gli occhi per guardare il pezzo di cielo visibile oltre i tetti che mi circondavano. Sembrava che le stelle stessero cominciando a sbiadire, coperte da una leggera coltre di nubi mentre la Luna scivolava tra le nuvole ed illuminava leggermente il piccolo pozzo di pietra bianca istoriata.

Mi sporsi e guardai giù: la Luna si rifletteva in uno specchio d’acqua apparentemente immobile, rialzai il viso e guardai di nuovo la mia prossima meta: una porta di metallo scuro, borchiato, simile a quella dell’ingresso, anche se molto più piccola.

Ripetei il mio piccolo gioco vocale e la porta si aprì, entrai e tutto si ripeté di nuovo: la porta si chiuse e le luci si accesero. Avrei preferito che l’ordine non fosse stato necessariamente questo, ma non si può avere tutto dalla vita; comunque, stavolta avevo intravisto nel buio, prima che la stanza s’illuminasse, delle piccole luci e un grande chiarore baluginante sul fondo che riconobbi, ancora prima di vederne l’origine, in candele e in un caminetto acceso.

Il candelabro era acceso al centro di una tavola imbandita e il caminetto era di fianco ad essa, nella parete d’angolo.

La stanza aveva al centro un elegante tappeto su cui poggiava una grande tavola rettangolare in legno intarsiato e le sedie ne seguivano a loro volta l’armonia dei disegni. I quadri alle pareti rappresentavano scene di caccia e di guerra: uno mostrava due eserciti, schierati uno di fronte all’altro, su uno sfondo di colline pietrose, entrambi i combattenti indossavano corazze ed erano armati di spade uno e di frecce tese sugli archi il secondo; era una rappresentazione, molto suggestiva, dell’inizio di una battaglia tra Ungheresi e Saraceni.

Un secondo quadro mostrava un assedio, ritengo quello turco a Costantinopoli, in cui gli assedianti facevano strage del cibo e degli animali di quelle terre e il terzo… il terzo mostrava centinaia e centinaia di persone sottoposte alla tortura dell’impalamento mentre un crudele despota banchettava allegramente seduto davanti ad un tavolo con sopra distesa una tovaglia finemente ricamata e beandosi dei lamenti dei condannati.

In ultimo volsi lo sguardo verso il caminetto per ammirare l’incisione in pietra di forma rettangolare e divisa in quattro parti e che mostrava due leoni e due grifoni alternati.

L’odore del cibo distolse i miei pensieri.

In quanti film avevo visto questa scena?

Magari, tra poco, un’invisibile porta sul fondo si sarebbe aperta e sarebbe apparsa un ieratica figura vestita di nero, si sarebbe avvicinata a me e io… gli avrei chiesto un autografo perché ero un discreto ammiratore di Christopher Lee… non mi potevo aspettare Bela Lugosi o John Carradine, in quanto già morti…o no?!

«Qualcosa ti preoccupa, Cal?»

La calda voce di mio zio accarezzò la stanza fugando ogni perplessità.

«No, zio. Mi sento tanto Jonathan Harker.»

In risposta il tono della sua voce sembrò sorridere.

«Ti capisco, ma ho pensato che dopo un viaggio così lungo potevi avere fame e, a meno che tu non abbia cambiato gusti, tutto questo dovrebbe piacerti.»
«È vero…»
«Allora, cosa c’è che non va?»
«Tu. Cent’anni li porti così male che non vuoi farti vedere?»
«No, solo che per il momento non posso, però posso continuare a parlarti mentre mangi in modo da tenerti compagnia.»
«Ci sono parecchie migliaia di domande che vorrei farti.»
«Ne ero sicuro, Cal, ma prima vorrei fartene una io.»
«Dimmi.»
«Ti sei laureato?»
«Certo.»
«Molto bene e che lavoro fai?»
«Dirigo un laboratorio di cosmesi e creo palliativi di ringiovanimento per anziani che non ammettono che il tempo passi.»
«Ah…» La voce sembrò farsi per un attimo esitante. «Quindi tu non ammetti che l’uomo possa vivere più a lungo?»
«Al contrario, zio. Sarebbe bello, ma non certo con quello che creiamo noi.»
«Siediti e mangia, Cal e parlami del tuo lavoro. M’interessa moltissimo.»

Mi sedetti e cominciai a servirmi parlando con quell’invisibile e tanto cara voce mentre il fuoco nel camino scoppiettava allegramente, ero tranquillo, rilassato e, per quanto potesse essere assurdo, mi sentivo a casa.

«Perché non credi nel lavoro che fai?»

«Vedi, qualunque tentativo si faccia esiste un limite che non può essere superato a causa del nostro orologio biologico il quale, a un certo punto, è destinato a porre una barriera naturale al degrado che il nostro corpo può sopportare con l’invecchiamento. Il processo che ci fa invecchiare fin dal giorno stesso in cui siamo nati, è una proprietà tipica di tutte le cellule organizzate il cui risultato è un progressivo deterioramento di tutto l’organismo. Se noi coltiviamo delle cellule in vitro esse sono praticamente immortali in quanto si riproducono all’infinito, ma non è la stessa cosa nelle cellule che si trovano dentro ad un essere vivente il quale, proprio grazie a questo suo orologio biologico, conosce un inizio ed una fine della sua esistenza su questo pianeta.”»

«E tu credi che l’uomo potrebbe sfuggire alle grinfie di questo processo scandito da questo implacabile giudice?»

«Partiamo subito dal presupposto, certificato e indiscutibile che l’uomo ha già modificato questo orologio, lo ha costretto ad andare molto più lentamente ed è l’unico, tra gli esseri di questo pianeta, che è riuscito a farlo, per cui si potrebbe pensare a un futuro ancora più fulgido dove le capacità funzionali, al luogo di cominciare a decadere dal trentesimo anno di vita in poi, resterebbero in noi molto più a lungo fino a un ben più tardo e inevitabile declino… Zio, il vero problema è un altro: noi abbiamo ottenuto comunque un risultato che non è ottimale perché se è vero che è aumentata la durata della vita è altrettanto vero che noi abbiamo prolungato la durata della vecchiaia, non della giovinezza. Io spesso mi chiedo: sarebbe meglio l’attuale, lento e quasi impercettibile declino o restare giovani fino a settanta e più anni e poi decadere rapidamente? Morire serenamente di vecchiaia e non per un accumularsi di degradanti malattie, questo sarebbe l’optimum…»

«Da te non potevo aspettarmi niente di meno, Cal.»

«Cosa intendi dire, zio?»

«Tu hai intuito subito il problema anche se non ne conosci le cause. Le ricerche che vengono fatte sulla Terra sono inutili, in realtà prolungano un’agonia, bisognerebbe, come dici tu, poter prolungare e allungare il processo d’invecchiamento mantenendo intatte le capacità fisiche e mentali fino all’ultimo, allora si può morire dicendo che valeva la pena vivere, non come questi nati-morti.»

«Quali nati-morti? Noi?»
«No, non noi, loro.»
«Loro… chi?»
«I terrestri, come si chiamano loro.»

Rimasi a bocca aperta tentando di digerire quello che mi era stato detto, ma non feci in tempo a pensare che, subito, la voce di mio zio incalzò.

«Sappilo subito e credici: io non sono di questo pianeta, i tuoi non erano di questo pianeta, chi ancora è in questo castello non è di questo pianeta. Tu sei nato qui, ma sei dei nostri.»

Appoggiai il bicchiere con il vino sulla tavola.

«Ottimo.» Mormorai «Da Bram Stoker a Isaac Asimov…»
«Hai capito cosa ho detto?»
«Ho capito benissimo.»
«Non hai nulla da dire?»
«Una cosa sola.»
«Cosa?»
«Voglio vederti. »
«Non puoi.»
«Perché non posso?»
«Perché il mio corpo è morto. È chiuso con la mia mente viva in una bara di ghiaccio nei sotterranei del castello ed è lei che ti parla, ora… Puoi deridere Golath e i suoi fantasmi, ma non puoi non credere a me, sono tuo zio, Cal…»
«A questo punto devo dire che sei una voce che echeggia nell’aria, nulla di più.»
«Devi vedere per credere, vero? »
«E forse non basterebbe, forse farei meglio ad andarmene.»
«Cal» la voce vibrava d’impazienza «nessuna porta si aprirà fino a domani a meno che tu non voglia e quando questo avverrà sarà per un nuovo mondo e tu sei parte essenziale di questo procedimento. Devi vedere e vedrai, ma dovrai anche ascoltare una storia. Vuoi farlo?»
«Ho scelta?»
«No.»
«Sapevo la risposta. Quando mai ho avuto una possibilità di scelta in questa storia?»
«Forse verrà anche quel momento. Vuoi ascoltare o vedere per prima cosa?»

Guardai la tavola imbandita.

«Non ho finito la cena e poi quel vinello è delizioso, la passeggiata la farò dopo per digerire.

A questo punto sono disposto ad ascoltare qualsiasi cosa.»

«Il tuo atteggiamento è scettico, Cal, apri la tua mente e cerca di convincerti che sono proprio io che ti parlo.»
«E mi vedi, anche?»
«Certo, tramite questo.»

Un punto nero apparve dinanzi ai miei occhi, sembrava una pallina da ping pong coperta di vernice nera semilucida, volteggiava abilmente nell’aria. Si fermò a pochi centimetri dal mio viso.

«Sei ancora quel ragazzo che conoscevo…»
«Ho quarant’anni, zio.»
«Ti hanno mai detto che non li dimostri?»
«Beh, sì spesso. Me ne danno venticinque, ventotto al massimo.»
«E sarà sempre così per te…e per molto, molto tempo…»
«Cosa vuoi dire?»
«Voglio dire che sto divagando. Grazie a questo prodigioso apparecchio le tue immagini arrivano al mio cervello e ti vedo perfettamente con quelli che chiameresti gli occhi della mente, anche la mia voce entra nel tuo cervello, la senti solo tu.»
«Ecco perché non capivo da dove proveniva.»
«Tutta questa tecnologia non ti sembra strana?»
«Beh, sì…ammetto…»
«Ecco, bravo, cominci ad aprire la tua mente, non ti chiedo altro: siediti, mangia, bevi ed ascolta…»

«Golath ti ha raccontato di come questo castello fu costruito nel 1470 da Radu, fratello di Vlad, regnante di Valacchia. Radu era chiamato il bello per i suoi lineamenti efebici, sia lui che Vlad furono tenuti a corte da Murad, il Sultano turco al quale li aveva consegnati, come ostaggi e pegno di fedeltà, il padre Vlad II che, successivamente, come era consuetudine di quei tempi, tradì il Sultano alleandosi con il nemico e cioè i sovrani d’Occidente, che erano timorosi del grande e inarrestabile espandersi della potenza ottomana.

«I due ostaggi non furono uccisi, anzi, con la morte del padre, Vlad fu messo sul trono di Valacchia dal figlio di Murad, Maometto II, da dove egli regnò con terrore, ma a quel punto accadde qualcosa…Cinque persone furono trovate vaganti nei boschi, cinque persone debilitate e affamate che furono portate alla presenza del sovrano. Si trattava di un uomo alto, dai tratti nobili e imponenti, della sua bella e giovane moglie, dei figli, un maschio ed una femmina e il loro servitore.

«I modi spicci di Vlad non davano molto scampo alla loro sopravvivenza, su di lui si raccontavano storie strane che sembravano incredibili, egli faceva uccidere con la massima facilità chiunque, così come poteva prendere le sue difese a oltranza e dimostrarsi generoso al massimo grado.

«Pensa, una volta un viaggiatore era in possesso di una borsa che conteneva centosessanta monete d’oro e, non sapendo dove nasconderla per la notte, chiese consiglio a Vlad il quale gli rispose di lasciarla tranquillamente nella carrozza e di andarsene a dormire senza problemi.

«Il giorno dopo la borsa era scomparsa e di questo il viaggiatore se ne lamentò con il principe. Questi la recuperò facilmente perché i ladri avevano saputo che, se non fosse stata restituita, egli avrebbe compiuto una sanguinosa rappresaglia.

«Venuto in possesso della borsa contenente tutte e centosessanta le monete d’oro ordinò al suo segretario di rimetterla nella carrozza dicendogli di aggiungervi di nascosto una moneta ,cosicché quando il mercante ritrovò la borsa corse da Vlad per ringraziarlo e si dichiarò stupito per aver trovato una moneta in più.

«Il principe sorrise compiaciuto e gli disse che poteva tenersela, la sua onestà gli aveva salvato la vita, se non gli avesse parlato di quella moneta in sovrannumero sarebbe finito su un palo assieme ai ladri. Questo era Vlad, feroce e generoso despota della Valacchia.

«Egli rimase incantato e ammirato dalla saggezza e dalle conoscenze di Dralaas Ekimmu, il signore che, con i suoi figli e sua moglie Erzsebeth, nonché il servitore Janos, costituivano un’interessante novità e una sfida alla sua acuta intelligenza. In forza di tutto questo egli accolse nella sua reggia questi viaggiatori venuti da lontano e, con il passare del tempo, l’influenza e la saggezza di Dralaas costituirono per Vlad una delle poche azioni buone del suo regno, tanto da usarlo spesso come suo consigliere, ma senza nessuna carica ufficiale perché Dralaas non ne voleva sapere e preferiva restare nell’ombra facendosi vedere il meno possibile.

«Poi la situazione degenerò e la ferocia di Vlad scosse tutta la Transilvania: ventitremila morti impalati e lui che pranzava tranquillamente in mezzo ai lamenti ed alle urla dei vivi intingendo il pane con il loro sangue, non sono una leggenda: sono una realtà, io lo so…io l’ho visto… Quando Vlad si rivoltò contro Maometto II questi fece in modo di spodestarlo e di mettere al suo posto Radu il bello, mentre Vlad fuggiva lontano.

«Nel suo breve regno il fratello ebbe modo di apprezzare la saggezza di Dralaas, ma sapeva anche che le sue conoscenze potevano essere pericolose, per cui fece in modo di allontanarli dalla zona e, in gran segreto, di portarli qui, in questo castello che aveva costruito come loro rifugio.

«Poco dopo Radu morì e Vlad fu ucciso, anche se il suo corpo non fu mai trovato e da lì nacque la leggenda del vampiro che poi Stoker scrisse sul libro e il cinema rese famoso.

«Questa è una breve storia di quello che è accaduto, ma non è certo tutto, perché c’è molto, molto di più. Il pianeta da cui proviene la nostra razza è in un altro sistema solare, mi sono preoccupato di cercarlo sui libri d’astronomia terrestre, ma non ho trovato traccia della stella attorno alla quale ruota, dal che ho dedotto o che fosse troppo lontana o che fosse ormai spenta, perché la nostra fuga da quel mondo è stata dettata dall’instabilità di una stella morente la quale, ormai da secoli, riversava sul nostro pianeta una luce crepuscolare, come un eterno tramonto e la temperatura si abbassava sempre di più.

«Si sarebbe presto trasformata in una supernova per cui fu logico preparare una nave spaziale con la quale attraversare lo spazio alla ricerca di un altro mondo sul quale poter emigrare. Quando partimmo la nostra astronave conteneva quattrocento superstiti, tutti posti in stato di ibernazione, alla guida era il nostro capo, il nostro condottiero del quale ero umile servitore: Dralaas, il genio, che fece costruire la nave e le fece solcare gli abissi dello spazio e del tempo. La nostra vita è lunghissima, te l’ho già detto, ma ci ponemmo comunque in ibernazione perché, in altro modo, la monotonia del viaggio ci avrebbe sopraffatto.

«Il nostro viaggio terminò in vista della Terra sulla quale la nostra nave stava precipitando, l’atterraggio fu disastroso e un terzo dei sopravvissuti morì passando dal sonno alla morte.

«I sensori della nave spaziale avevano funzionato fino all’ultimo, dirigendosi verso il pianeta la cui atmosfera fosse la più simile possibile a quella del nostro mondo. Dralaas nascose il mezzo spaziale e i suoi dormienti nel mezzo di una foresta, abilmente protetti da un campo di forze ed andò a cercare una qualunque forma di vita per potersi cibare, in quanto quasi tutte le scorte dell’astronave erano andate perdute. Tanto vale che tu lo sappia subito: queste scorte erano costituite da sangue, il nostro cibo, quello della nostra razza, lo so che non è il tuo, ma arriveremo anche a questo.

«Gli animali che incontrarono furono prontamente uccisi da Dralaas e dal suo servitore, scartarono le carni e ne succhiarono il sangue trovandovi una discreta fonte di nutrimento, ma la marcia di giorni e giorni in mezzo alla foresta, la caccia al cibo con non sempre esito positivo, li stava stancando sempre di più; poi ebbero la fortunata combinazione dell’incontro con i soldati di Vlad che li portarono al suo cospetto. Dralaas cercò di conquistarsi la fiducia di Vlad aiutandolo nelle sue imprese militari e sociali, però quando si rese conto che il principe non era altri che un sanguinario assassino, cercò con ogni mezzo di fuggire da quella triste anche se dorata prigione.

«Fu solo con l’avvento di Radu che le cose cambiarono. Il principe si rese conto dell’abilità e della bravura di Dralaas e, temendo che il fratello riconquistasse il trono e sapendo altresì come Dralaas stesso volesse sfuggirgli, lo fece trasferire in gran segreto nel suo maniero.

«Lì Dralaas fece portare anche le duecentocinquanta capsule dei sopravvissuti e attrezzò il sotterraneo a laboratorio. Era nelle sue intenzioni risvegliare la sua gente, ma qualcosa glielo impedì. A questo punto avrai capito come la mia perfetta conoscenza degli avvenimenti sia dovuta al fatto, che peraltro ti ho confermato, della mia presenza durante l’accadimento degli stessi, per cui non ho alcuna difficoltà a confermarti che io sono Janos, umile servitore del mio grande padrone.

«Quella sera Dralaas mi concesse l’onore di accedere al suo laboratorio. Non accadeva spesso, anche se frequentemente, lo aiutavo negli esperimenti e nelle analisi.

«Era seduto dietro a un tavolo coperto di fogli con calcoli e annotazioni, aveva attivato il microscopio a scansione cellulare creando una batteria d’alimentazione ed era chino su quelle carte come a cercare di capire quale oscuro messaggio esse stessero trasmettendogli.

«I suoi occhi si alzarono a fissare i miei: non era facile sostenere lo sguardo penetrante e deciso del Mio Signore e io stesso non sapevo se dovevo farlo o meno, però mi accorsi che nei suoi occhi non c’era odio, ma una pesante ombra di strana stanchezza in uno sguardo altrimenti sempre lucido e bruciante.»

«Siediti, Janos.»

«Accennò a una sedia davanti alla scrivania e anche questo era un gesto strano. Non mi era mai successo di stare seduto davanti al Mio Signore, tuttavia capii che questo non era un momento come gli altri.»

«Dimmi, mio buon Janos, hai notato nulla di strano in questi ultimi tempi?»
«Di strano in che senso, Signore?»
«Voglio darti un aiuto, amico mio, riguarda noi…»
«Noi? Tutti noi?»

Lui annuì stancamente, sospirando.

«Sei così preso dai tuoi lavori da non aver notato nulla di strano nei miei figli o in Erzsebeth?»

Allora capii subito cosa intendesse dire e gli risposi:

«Sì, Signore, li trovo nervosi, affaticati, stanchi.»
«Io avrei usato un altro termine» mi rispose «ma, probabilmente, è perché io so…»
«Cosa sapete, Mio Signore?»
«Te lo dirò, Janos, te lo dirò, ma tu prima rispondi a questa mia domanda: ti senti stanco, affaticato?»
«Beh, spero che il mio rendimento…»

Fece un gesto di stizza.

«Non sto parlando del tuo rendimento, Janos!» Mi rispose a voce alta. «Sto parlando del tuo corpo. Ti senti stanco?»
«Io… sì, Mio Signore, ma penso sia dovuto a questa nuova vita logorante per tutti noi, o forse la gravità leggermente superiore…»
«No.»
«No, Mio Signore?»
«No, Janos. La risposta è un’altra. Noi stiamo invecchiando, precocemente invecchiando, con rapidità… quasi terrestre oserei dire.»
«Invecchiando, Mio Signore?»
«Sì, amico mio, invecchiando. Tu sai che il ciclo vitale dei terrestri è ridicolmente basso attualmente. Date le condizioni di vita sociali ed igieniche si aggira sui cinquanta o sessant’anni di media; potrà aumentare in futuro, ma non di tanto. In confronto a noi sono dei nati-morti, il nostro ciclo vitale coprirebbe qui oltre duemila dei loro anni, solo che non è così. Come ti ho detto stiamo invecchiando ed andando avanti in questo modo non vivremo nemmeno cinquecento dei loro anni…»
«Ma come è possibile?»

Sorrise tristemente e mi rispose:

«Respira, mio buon Janos, respira.»
«Come?»
«Respira, un profondo respiro.»

Lo guardai perplesso, ma feci come mi aveva detto.

«Ecco la risposta alla tua domanda. In questo momento hai dato una mano al tuo processo d’invecchiamento e lo fai ogni volta che respiri e fai entrare nei tuoi polmoni l’aria di questo pianeta.»
«Non è compatibile?»
«Sì e no. Tu lo sai perché i nostri corpi invecchiavano così lentamente sul nostro mondo?»
«No, Mio Signore.»
«Nemmeno io lo sapevo, almeno fino a poco tempo fa, poi ho cominciato a notare dei segni sul mio volto, sul tuo, su quello della mia compagna e, poco tempo dopo, l’ho visto sui miei figli. Stavamo invecchiando ed il tutto era accompagnato da un senso di spossatezza generale, come se il nostro organismo non obbedisse più ai suoi ritmi biologici, così ho cominciato a esaminare il mio corpo ed ho avuto la conferma di questo sospetto e la ragione di tutto questo, amico mio, è un enzima.»
«Un enzima?»
«Già l’atmosfera di questo pianeta ha scatenato in noi un enzima altrimenti latente. È un attivatore chimico complesso e molto potente, esso consuma il nostro organismo ed ha fatto impazzire il nostro orologio biologico. Ho i dati precedenti di quando siamo partiti: nessuna traccia di questa sostanza. Io non so di preciso se sia cresciuta o sia nata in questa maledetta atmosfera, ma ne conosco gli effetti ora e so anche, dopo averli esaminati, che è insito nei corpi dei terrestri ed è la causa della loro non vita. Non hanno strumenti adeguati per scoprirlo, esso si sviluppa dopo il trentesimo anno della loro esistenza e ne degenera i tessuti rapidamente, molto più rapidamente che con noi. Ecco perché sono dei nati-morti.»

«Cosa pensate di fare, Mio Signore?»
«Devo trovare una cura, devo capire perché quest’atmosfera genera questa sorta di malattia cellulare e devo trovare il modo di uccidere questo maledetto enzima, altrimenti per tutti noi è finita.»
«Quindi non possiamo risvegliare gli altri…»
«No che non possiamo. Anzi, riaddormenteremo i miei figli e la mia compagna, mentre io e te continueremo a darci da fare per trovare una cura.»

* * *

«Così il Mio Signore disse e così fu fatto. Nei lunghi anni che passarono i suoi tentativi si fecero sempre più disperati e, in certi casi sembrava che avesse sfiorato la vittoria, ma ogni volta giungeva la beffa finale. Sulla Terra era l’anno 1822 quando il Mio Signore mi convocò per l’ultima volta.

I suoi lunghi capelli erano quasi tutti bianchi, come i folti baffi che continuava a curare con molta attenzione. Il volto era tirato e pallido, ma il suo sguardo era sempre vivo, forte, pronto a combattere senza fermarsi mai. M’invitò a sedermi, come l’altra volta, tanto, tanto tempo fa e sembrava che, a parte noi, tutto intorno fosse rimasto uguale a prima…»

* * *

«Ce l’ho fatta, Janos.»
«Ha trovato la cura?»
«Ho trovato il modo per sconfiggere quel maledetto enzima.»
«Ne sono felice, Mio Signore.»
«Non sarà una cosa facile, ma ce la faremo.»
«Ne sono convinto, Mio Signore.»
«Ascolta, mio buon Janos, tra poco io dovrò ritirarmi nella mia capsula. Le forze si stanno degenerando e toccherà quindi a te portare a termine il mio compito.»
«Sarò felice di eseguire i suoi ordini, mio Signore.»

* * *

Mi guardò intensamente con i suoi occhi di fuoco e quando parlò nuovamente la sua voce era ferma e stentorea come un tempo.

* * *

«Tu dovrai eseguire i miei ordini, ma sappi che questo vorrà dire che dovrai restare su questo pianeta fino a che non avrai eseguito totalmente la tua missione e, forse, non avrai modo per tornare qui…per riposare e rinascere.»

«Io farò quello che voi mi comandate, mio Signore.»

«Ne ero certo, mio buon Janos, ne ero certo ed ora ascolta attentamente. Tu andrai via da questo castello e lo lascerai nella sua solitudine. Andrai in mezzo alla gente terrestre, con le tue conoscenze e i tesori che abbiamo qui non sarà difficile farti una posizione. Vai in Inghilterra, in questo momento è probabilmente la nazione più evoluta, poi giudicherai da te gli ulteriori spostamenti. Credo che in futuro il continente americano potrebbe essere una base interessante di operazioni… e non andrai da solo…»

«Con chi andrò, Mio Signore?»

«Mia figlia Filinnio verrà con te. Tra poco andremo a svegliarla e le spiegherò il perché di questa…missione così come la sto spiegando a te. Ho preparato questa capsula…essa contiene un estratto del mio sangue e altri elementi che lo manterranno vivo e vitale imponendogli dei cambiamenti. Una specie di laboratorio chimico che cambierà il mio sangue in una sostanza rigeneratrice. Il processo è molto lento. Ci vorranno circa centocinquant’anni perché si completi e quando questo avverrà, la capsula si scioglierà e il liquido entrerà in circolo nel corpo nel quale è stato innestato…quello di mia figlia.»

«A che scopo, mio Signore?»

Il suo sguardo era più vivo che mai ora, al pensiero che la vittoria era vicina.

«Tra centocinquanta anni Filinnio avrà raggiunto la maturità, in circolo avrà questo nuovo enzima e basterà, quindi, che si unisca con un essere umano…»
«Cosa succederà allora?»
«Nulla di particolare, apparentemente, nascerà un bambino normalissimo da un donna aliena e da un uomo terrestre. Tu e mia figlia controllerete la vita di questo ragazzo e gli farete raggiungere almeno i quarantanni di vita. Sai cosa succederà a questo punto?»
«Sto aspettando che abbiate la compiacenza di dirmelo, Mio Signore…»
«Il suo sangue sarà privo di quel maledetto enzima e avrà sviluppato un anticorpo in grado di distruggere quella pestilenza dai nostri, una trasfusione e vivremo di nuovo…Capisci l’importanza della tua missione?»

La capii, eccome, e ora la conosci anche tu. Da quella donna tu nascesti, un incidente purtroppo mi privò di lei e il suo corpo fu trovato troppo tardi perché io la potessi salvare e non potei nemmeno seguire completamente la tua crescita. Il mio organismo era giunto alla fine. Dovetti tornare e feci appena in tempo. Il mio corpo è morto dentro questa tomba di ghiaccio, ma sostiene una mente che ti guiderà fino alla fine della nostra missione. Il tuo sangue rigenererà il mio Signore, suo figlio e tutti gli altri ed il mio popolo tornerà a vivere su questo pianeta grazie al tuo sangue. In cambio di questo lui ti ha dato una vita lunghissima e normale come un terrestre, tu potresti essere il capostipite della nuova razza immortale su questo pianeta. Ora che ne pensi, nipote mio, lascia che ti chiami ancora così… io sono veramente affezionato a te, tu sei il nostro futuro… cosa ne pensi, allora?»

* * *

Non feci in tempo a rispondere, la marea di notizie apprese mi aveva sconvolto e stordito e la voce che venne dal fondo della stanza era forte, vibrante e secca.

«Non finiranno mai le tue menzogne, mio buon Janos? Ora menti anche a lui perché tu e la tua razza sanguinaria possiate rivivere e macellare questo pianeta?»

Mi voltai e vidi che l’uscio che dava sul giardino, solo accostato, si stava aprendo del tutto.

Una figura tozza entrò con passo deciso, il suo sguardo non era più insonnolito e assente, ma vivo e feroce.

Non sembrava certamente il Golath che avevo conosciuto.

La voce di mio zio, supposto che lo volessi chiamare ancora così aveva tracce di collera repressa.

«Cosa fai qui, Golath? Questa è una riunione di famiglia…»

L’uomo rise, sembrava che non attendesse altro per poter parlare a sua volta.

«Amico mio, io e te ci conosciamo bene. Come preferisci che ti chiami? Janos o Richard?»
«Il mio vero nome è Janos e sono al servizio…»
«…Del tuo Signore…Lo so, conosco la tiritera. Ti chiamerò Janos, allora e allora permetti che anche io mi presenti con il mio vero nome, Valsin, cacciatore di vampiri… o di extraterrestri, per essere più precisi…»

Si voltò verso di me.

«Ragazzo, ci sono alcune cose che lui non ti ha raccontato…»
«Non hanno importanza…»
«Toccherà a lui decidere se non hanno importanza, non ti pare?»
«Non hanno importanza, ti dico.»
«Lascialo dire a lui.»
«Io non…e va bene, racconta le tue menzogne…»

Golath mi guardò fisso negli occhi.

«Questa arrendevolezza è molto strana, probabilmente abbiamo poco tempo. Ascoltami, ragazzo.  Dralaas non è solo il Signore di questa gente, non è solo la mente che ha costruito la nave spaziale o la mente che ha trovato il modo di salvare la sua razza, Dralaas è Vlad!»

«Come sarebbe?»

«Uccise Vlad e ne prese il posto. Radu ne aveva un sacrosanto terrore e lo fece esiliare, ma egli tornò con il suo regno di orrori, di supplizi e di morte, poi uccise lo stesso Radu e fu creduto morto, ma non era morto, si rifugiò qui dove continuò la sua opera di morte e di sangue uccidendo uomini e donne del luogo e cibandosi del loro sangue. In questo modo si sono infettati, cibandosi di sangue umano. Non era Vlad che impalava, bruciava, torturava, saccheggiava, non era lui, era lo stesso Dralaas che ripeteva sulla Terra quello che faceva sul suo pianeta quando costrinse un migliaio di schiavi a costruire la sua nave spaziale e poi li fece uccidere tutti per prelevarne il sangue per il suo viaggio nello spazio, suo e dei suoi protetti. Questo è Dralaas, questo è il mostro che tu vuoi svegliare.»

«Sono tutte menzogne, nipote mio, quest’uomo è pazzo.»

«Tanto pazzo» rispose Golath «che mio padre fu uno di quegli schiavi che il tuo padrone avrebbe dovuto uccidere sul suo pianeta, tanto pazzo e disperato da prendere il posto di uno dei vostri protetti con lo scopo di uccidere Dralaas una volta giunti nel nuovo mondo. Quando la nave precipitò egli fu creduto morto, ma era ancora vivo e visse ancora per molti anni insegnando a suo figlio la verità e la sua missione: trovare Dralaas e ucciderlo. Sapevo dove eravate rifugiati, tutti voi mostri e ti riconobbi quando venisti al mio paese, diventai tuo amico per poterti controllare meglio ed ora… ora sono qui e non permetterò che tramite questo giovanotto voi vi sparpagliate sulla Terra per dominarla…»

«E tutto quel cibo andrebbe così sprecato? Sarebbe veramente ingiusto…»

Il suono della voce mi fece sobbalzare e mi voltai. Una parete sul muro era scivolata via mostrando una scala che arrivava dal basso e, diritto sulla soglia, un uomo alto e magro ci guardava con occhi che sembravano due carboni ardenti.

Il mio primo pensiero fu abbastanza stupido: notai come, in effetti, Dralaas assomigliasse a Christopher Lee, almeno come sagoma, ma lo scacciai subito perché la situazione stava diventando veramente pesante. Era evidente che mio zio, o Janos, come preferite chiamarlo, aveva liberato il suo padrone perché sistemasse la faccenda.

La figura avanzò lentamente al centro della stanza. Indossava un abito nero orlato in oro con sopra un mantello rosso, mi guardò per un attimo intensamente e provai la strana sensazione di non essere in grado di muovermi, poi avanzò verso Golath.

«Tu sei la progenie di uno schiavo e uno schiavo non può ordinare nulla al suo Signore, può solo tacere e sperare di poter vivere fino al nuovo giorno.»
«Forse questo era valido sul tuo pianeta, ma non qui. Qui sei solo un tiranno, un assassino, un ospite indesiderato.»

Ora Dralaas era davanti a Golath e torreggiava sopra di lui, mentre io non potevo muovere un muscolo ed assistevo alla scena senza poter intervenire.

«E tu» lo apostrofò il tiranno «cosa potresti fare contro di me, contro il tuo Signore?”
«Io?» La voce di Golath era tranquilla. «Io, forse niente, ma tutti noi sì.»

La porta che dava sul cortile si spalancò per far entrare un nutrito gruppo di uomini e di donne, riconobbi molti di loro: erano gli abitanti del paese che entravano con passi decisi, silenziosamente, circondando rapidamente Dralaas fissandolo in silenzio. Egli li scrutava a sua volta apostrofandoli tra il rabbioso e il disgustato.

«Voi, chi siete voi? Come osate tentare di fermarci? Noi abbiamo dei diritti su questo nuovo mondo, noi ne siamo i signori ed i terrestri potranno usufruire della nostra scienza, della nostra tecnologia… potranno vivere più a lungo come…»

Golath lo interruppe con voce ferma.

«Come cibo. Usufruiranno solo della vostra cucina e delle vostre tavole. Avete disprezzo per la vita umana.»

Con un gesto della mano l’uomo indicò le persone che gli stavano intorno e proseguì:

«Sai chi è questa gente, Dralaas? Lo sai chi sono? In cinquecento anni di vita si ha molto tempo davanti. Sono i miei fratelli e sorelle, sono i miei figli, siamo i guardiani il cui unico compito è distruggerti…per sempre. Il mondo non conoscerà mai il tuo odio e la tua malvagità.»

Il cerchio si strinse rapidamente attorno a Dralaas, le sue urla di rabbia fecero posto a grida di dolore e, all’improvviso, mi sentii libero dal quell’influsso che mi immobilizzava.

Capii cosa era successo quando vidi il corpo devastato per terra. Golath mi stava scrutando profondamente.

«Siamo entrati qui dietro di te.»  Mi disse rispondendo a una mia muta domanda. «Ti abbiamo seguito, i sensori erano calibrati su di te, non avevano previsto che ti avremmo seguito, non sapevano nemmeno della nostra esistenza. In tutti questi secoli ci siamo nascosti bene e abbiamo aspettato il nostro momento. Ora questo momento è giunto, grazie a te.»

«Cosa volete fare?»
«Cosa abbiamo già fatto. Abbiamo tolto energia al loro generatore, senti questo rumore che sembra il suono di un flauto? È il generatore, ma ora si sta fermando, per sempre. Le capsule e il loro contenuto moriranno. L’incubo è finito ma, non lasceremo comunque questi luoghi, non si sa mai…»

Mi sorrise e riprese a parlare.

«In fondo non è un brutto posto questo, no? È vero si possono fare brutti incontri, ma l’aria è buona, si mangia bene e anche il castello si vede bene da laggiù, il che non è male…»
«Quindi, non è vero che avevate paura?»
«Beh, non proprio. La scena serviva per il folclore locale e ci faceva gioco che tuo zio, scusa, volevo dire Janos, avesse sparso quegli ologrammi visivi e sonori… abbiamo avuto un giusto e remunerativo numero di turisti a cui piaceva lo spettacolo… solo che non potevamo entrare e loro aspettavano te per uscire e tu sei arrivato, finalmente…»
«Mi lasciate andare?»

Golath sorrise nuovamente ed anche gli altri lo fecero.

«Ma certamente. Tu che c’entri in fondo in tutto questo? Eri una vittima come noi, ora sei un fortunato… immortale… l’unico sulla Terra.»
«Sì, è vero… non avevo ancora considerato la cosa da questa angolatura… e credo mi sarà utile…»

 

EPILOGO

E lo fu.

Appena tornato mi licenziai dalla mia ditta e misi in piedi una società per conto mio.

L’unica differenza è che i miei prodotti rigenerativi funzionano veramente e, nel giro di pochi anni, divenni famoso e ricchissimo; si vendono magnificamente ancora oggi anche se i prezzi sono molto, molto alti, ma la produzione è scarsa. In fondo, anche se in minima percentuale, ogni flacone, ogni crema, ogni fiala contiene cellule più o meno concentrate del mio sangue e non posso dissanguarmi tutto il giorno per il bene dell’umanità, non vi pare?

Forse dovrei cominciare a pensare a una prole per poter contare su una produzione maggiore, ma non ho perso la speranza di poter creare, un giorno, questo meraviglioso enzima in laboratorio e ho tanto tempo davanti a me, tanto tempo…

Già adesso il mondo vive meglio e più a lungo. Io posso togliermi qualunque desiderio sapendo inoltre che c’è una stirpe quasi immortale in un certo paese che tiene d’occhio un certo castello dove ho fatto costruire un osservatorio astronomico e anche un radiotelescopio, non si sa mai cosa può arrivare dal cielo e la prudenza non è mai troppa.

E poi, diciamoci la verità, siamo terrestri, mica siamo dei cretini, no?

La copertina è World © di Roberta Guardascione
disegnata appositamente per Cose da Altri mondi

L'Autore

Giovanni Mongini

Tra i maggiori specialisti mondiali di cinema SF (Science Fiction) è nato a Quartesana (Fe) il 14 luglio 1944 e fino da ragazzino si è appassionato all'argomento non perdendosi una pellicola al cinema. Innumerevoli le sue pubblicazioni. La più recente è il saggio in tre volumi “Dietro le quinte del cinema di Fantascienza, per le Edizioni Della Vigna scritta con Mario Luca Moretti.”

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